“La Chunga” o della dignità della rassegnazione.

23 Gennaio 2026

Dal 14 al 18 gennaio una delle sale del Teatro India di Roma ha ospitato lo spettacolo “La Chunga” del Premio Nobel Mario Vargas Llosa – adattamento teatrale che lo scrittore opera nel 1986 dal suo stesso romanzo “La Casa Verde”, vent’anni più datato della versione ad uso di attori e registi e a consumo delle comunità teatrali mondiali – diretto da Carlo Sciaccaluga ed interpretato da Debora Bernardi – il personaggio del titolo – Francesco Foti, Franz Cantalupo, Giovanni Arezzo, Liborio Natali e Francesca Osso.

Lo spettacolo – la cui scena opulenta, ma non sfarzosa è firmata da Anna Varaldo e del quale i bei costumi sottostanno alla responsabilità di Anna Verde – ha durata di 1h40′.

Sotto le ottime luci di Gaetano La Mela, in un bar che lascia immaginare un fuori che se non proprio desolato richiama panorami geografici ed antropologici desolanti, in quel di Piura (Perù), 4 vitelloni probabilmente auto definitisi “Invincibili” in virtù della loro mai conclusa e mai – giorno dopo giorno – persa battaglia contro ogni sorta di impegno lavorativo, privi di ogni grazia, ma anzi con spiccate caratteristiche di ferale animalità – vedasi il personaggio de La Scimmia che un energico Giovanni Arezzo interpreta forse con fin troppo rumoroso entusiasmo o, che dir si voglia, cacofonica dedizione – occupano quotidianamente uno spazio di somministrazione alcolica e di esercizio non autorizzato di ludico azzardo sotto l’apparentemente disincantata, ma assolutamente vigile sorveglianza della donna – sempre la Chunga, intendiamoci – che quello stesso luogo sovrintende.

Josefino – leader non eletto, ma riconosciuto del gruppo -, interpretato da un Francesco Foti che sembra quasi inseguire il personaggio affidatogli – fa sopraggiungere nel disperato e inconsapevole a tutto tondo gruppo un nuovo personaggio ossia Meche, giovane innamoratissima donna, in balia della manipolazione di uno sfruttatore scaltro e non certo nuovo a pratiche di tale genere quale lo stesso Josefino è e che la brava Francesca Osso porta in scena in una sottrazione che fa emergere con chiarezza il lancinante distacco tra la sensualità della carne e l’ingenuità dell’anima.

L’umanità condannata alla vita che vediamo in scena si muove con precisione e con una dolente poeticità risultato della somma artistica del talento degli interpreti e della visione di un regista che rimanda l’impressione di conoscere come se la avesse molto e a lungo frequentata personalmente, a dispetto di una classe anagrafica – 1987 – che potrebbe definirsi se non contemporanea moderna, un’epoca e un luogo così lontani nel tempo e nello spazio.

Questo spettacolo però, nonostante l’ammirevole complessità materiale e animistica che porta in dote, pare soffrire quella che si avverte più come sovrabbondanza che non come approfondimento; la sensazione, paradossalmente se si pensa alle vinte energie rappresentate con vigore scenico, infatti è quella che tutto sia troppo e che in questo mare magnum di amore per il testo, per la storia e per il contesto, gli interpreti debbano fare e facciano una fatica immane per condurre in porto la faccenda che di per sé non parrebbe complessa, ma che, tra rimandi temporali di scrittura, disorientamento emotivo ed intellettuale quasi genetico dei personaggi e prossemiche che regalano la sensazione di star violando una privacy che non sembra essere un diritto di e per nessuno, risulta di difficoltosa digeribilità.

Almeno a chi verga queste parole di opinione.

Da segnalare la splendida prova d’attore di Liborio Natali che disegna un personaggio – Lituma – semplicemente nel suscitare un’empatia che potrebbe facilmente sfociare in un ben più miserabile pietismo e quella attenta e misuratamente muscolare di un Josè che viene agilmente manovrato da Franz Cantalupo.

Tutto questo mentre Debora Bernardi – Chunga – ricorda un’omerica Penelope che fa e disfa con travolgente bellezza spirituale e corporale la trama non, in questo caso, di un arazzo ma della propria esistenza e di quelle altrui.

“La Chunga”, per farsi venire voglia di trovare un modo per smettere di pensare alla caducità della vita.

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