Sotto l’occhio attento dei busti scenograficamente, simbolicamente, decorativi di Platone e di Hegel, due accademici, Charlotte e Theodore, ripercorrono a ritroso le tappe della loro storia d’amore lunga 10 anni. Lei, un’idealista hegeliana, e lui, un relativista platonico, si sono conosciuti all’università, quando lei, in un colloquio per diventare assistente di ricerca, ha criticato con razionalistica dialettica le idee di Theodore, che ha dedicato la sua intera carriera al dubbio della veridicità ontologica della realtà.
I due, superando differenze dottrinali, sono diventati una famiglia, mettendo al mondo due figli; ma fino a che punto le diversità intellettuali non sfociano in un vero e proprio divario interazionale?
Una schermaglia ideologica nella guerra più ampia e attuale tra femminismo e incosciente patriarcato, tra innovazione e conservazionismo, si presenta l’evoluzione della relazione dei personaggi del testo Charlotte e Theodore di Ryan Craig, portato in scena da Giada Prandi e Salvatore Palombi al Cometa Off, con la traduzione di Enrico Luttmann e la regia di Massimiliano Farau.
Uno spettacolo riflessivo che analizza come le dinamiche e le trasformazioni sociali influiscano sibilmente nelle menti e inevitabilmente nelle relazioni umane; una narrazione dinamica con incisive punte di sarcasmo puntata sul gioco di potere uomo-donna, moglie- marito, in ogni ambito della vita, privato e professionale, che mira a soverchiare ruoli culturalmente definiti ma da troppo tempo accettati passivamente come naturali.
Charlotte e Theodore si scontrano fin dai primi anni della loro storia d’amore, ma riescono a superare le divergenze fin quando lei è lavorativamente subalterna a lui; i contrasti diventano insanabili nel momento in cui lei diventa preside di facoltà, assumendo di fatto una posizione di prestigio rispetto al marito. Tuttavia Charlotte, prima paladina contro il perbenismo accademico, una volta conquistata questa posizione, si mette servizio del formalismo, un formalismo diverso da quello della vecchia scuola, un formalismo in salsa femminista in difesa dell’identità di genere, che nonostante la lotta contro il conformismo, vuole tutti conformi ad accettare una rivoluzione grammaticale priva di genere, estremista nell’annoverare le generazione passate, che faticano nel suo utilizzo, come bigotti e tradizionalisti.
La narrazione mette in evidenza incoerenze e contraddizioni, meriti e vittorie, di ambe le parti; la bilancia dunque non sembra pendere verso una coerente e necessaria verità.
I due performanti riescono a trasmettere con dinamismo la vivacità dialettica del testo di partenza; i dialoghi scorrono senza sbavature a ritmo ora lento, ora incalzante, creando un atto unico dal tono vibrante, che non rallenta nel passaggio tra un quadretto cronologico all’altro e che raggiunge picchi più alti nei monologhi riflessivi, in particolar modo nella riflessione di Theodor sull’invisibile conformismo che lui percepisce dietro le battaglie fono-morfologiche delle nuove generazioni; un assolo contro il moderno ostracismo intellettuale che Palombi interpreta con crescente energia, vocale e fisica, tale da assicurarsi il completo coinvolgimento attentivo del pubblico.
La drammaturgia e la regia usano come arma di analisi sociologica un sarcasmo pungente, attraverso il quale svelano le declinazioni realistiche di una filosofia feroce e di filosofi che giudicano senza agire e che difendono a spada tratta ideologie di cui non hanno ancora fatto esperienza dei loro risvolti tangibili; pertanto la pièce lascia lo spettatore nell’incertezza e nell’incoerenza, come quella personaggi, senza svelare fino a quanto il divario tra i due amanti sia diventato profondo, ricordando solo leggerezza del loro primo appuntamento.
