di Emiliano Metalli
Alcuni episodi della vita di Gian Lorenzo Bernini, intensa, ridondante, in una parola “barocca”, emblema dello stesso movimento culturale che questo artista eccellente ha incarnato e seguita a incarnare, divengono il punto di partenza e di ritorno per una riflessione più ampia e radicale sui ruoli e le funzioni dell’arte stessa, concepita dalla sapiente guida di Marco Martinelli che firma testo, regia e ideazione, quest’ultima insieme a Ermanna Montanari.
Il testo crea delle giustapposizioni fra diversi “attimi” della biografia e contestuali riflessioni di altri personaggi, per lo più scolari o familiari dello stesso Bernini, sebbene non manchino presenze illustri di porporati, in un susseguirsi di interessantissimi punti di vista complementari. Questa scrittura dà l’impressione però di una drammaturgia per blocchi di differenti grandezze e pesi, come si trattasse di un’opera architettonica. Attitudine affascinante, se si pensa alla connessione strutturale fra scrittura materica e oggetto del racconto, ma atta a generare alcune perplessità sull’andamento emotivo delle vicende. D’altronde l’emotività resta sulla porta, quello che Martinelli preferisce sviluppare è il pensiero, la capacità critica, al limite l’empatia. Non certamente con Bernini, ça va sans dire, bensì con tutti gli artisti che hanno attraversato la storia dell’umanità. E metterne – baroccamente – in luce le ombre per dichiarare che persino i più alti geni nascondono angoli di fragilità o di ripensamento.

Se il testo, quindi, può generare delle perplessità, tuttavia è sul fronte della messinscena che l’idea di Martinelli-Montanari prende corpo e slancio, si fa plastica e dinamica, muta aspetto e avvince, stupisce e spiazza, proprio come l’arte barocca. Il lavoro sinergico della coproduzione fra Albe / Ravenna Teatro ed Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale introduce il pubblico nello studio di Bernini e ne collega l’azione fino alla contemporaneità attraverso l’impiego di linguaggi connessi e dialoganti.
È la scenografia di Edoardo Sanchi che delimita uno spazio dall’illusoria percezione di immensità, come vedessimo solo una porzione delle grandi chiese cristiane, in fase di restauro o di costruzione. Una porzione che sembra sospesa nel tempo, un luogo in cui persino il ricco pavimento è tutelato dalla completa copertura con i teli di plastica dei moderni cantieri. La stessa giustapposizione fra tradizione e contemporaneità che si evidenzia nei due “angoli” ai lati del palco: uno più tradizionale, l’altro avveniristico; uno curvo, l’altro lineare; uno “naturale”, l’altro tecnologico. Ad accompagnare la stessa serpeggiante rivalità fra i due geni architettonici del Seicento: Bernini e Borromini, assente eppur protagonista.

Tre enormi casse di legno, disposte regolarmente sul fondo, quasi a delinearne un’abside, nascondono altrettanti schermi e hanno molteplici funzioni: quinta teatrale, trittico d’altare, sfondi per il set dell’atelier, specchi dei volti del pubblico, in una illusionistica tensione fra immagine e realtà suggerita dai video stranianti di Filippo Ianiero.
Oltre queste strutture, nel fondo o negli spazi vuoti, una scala, un ampio tendaggio e un trabattello su cui è delicatamente drappeggiato il rosso velluto di un panneggio (o più probabilmente di un sipario) sono elementi che aggiungono dettagli alla biografia: per esempio, il teatro di Bernini che si accomuna a quello degli stessi attori che ne portano in scena la storia.
Al centro un enorme parallelepipedo di marmo: materia da plasmare, altare del sacrificio artistico e umano, tomba?

La realtà scenica non è mai univoca. Tutto lo spazio viene manipolato e plasmato continuamente grazie a luce, suono e immagini, come in un’opera d’arte totale, in un clima di collaborazione e interconnessione fra i piani e i linguaggi, matrice riconoscibile del Teatro delle Albe.
Entra poi in gioco il disegno luci diLuca Pagliano che ha forse l’impatto più incisivo. Le sue lame di luce tagliano lo spazio, lo intagliano, lo disegnano, lo scavano, ricordando le lamelle di bronzo dorato dell’Estasi di santa Teresa d’Avila che Bernini ha inserito al fine di creare l’effetto teatrale di “luce che piove” dal soffitto, amplificando quella di una vera finestra nascosta all’occhio. Amplificazione è anche questa, che dà corpo agli oggetti cambiandone la prospettiva, dotandoli di decori o di allusioni architettoniche, linee infinite o giochi matematici di ripetizioni. A questo si aggiunge l’alternanza di colori, rosso e blu in particolare, che aumenta la spazialità e la trasla su un piano quasi astratto, rarefatto.

A questo piano si allineano le musiche originali e il sound design di Marco Olivieri: non un commento, ma una dematerializzazione del racconto. Non un’amplificazione, ma un’eco stanca che arriva dal passato. Brandelli di suoni dell’universo che si ritrovano nello spazio e nel tempo in una contemporaneità immobile e cercano di animare qualcosa che è già accaduto, per ricordarlo e rievocarlo, farlo nascere e poi morire. La musica è il Memento mori di questo spettacolo, anch’esso tema caro al barocco.
In mezzo a tutto questo: Marco Cacciola. Arriva incappucciato dalla platea, come un ospite indesiderato, in mezzo alle luci non ancora spente, in una penombra che non è il buio sacro della messinscena: sintomo che siamo tutti chiamati ad agire?
Arriva per dirci le sue verità senza filtri, senza pudore. Ci narra tutto con una parola che è a sua volta mutevole, per punti di vista – come già suggerito -, per scarti di tono e per inflessioni dialettali. Il suo volto è, senza uso di maschere, una miriade di volti. E in un guizzo torna a essere l’unico volto di Bernini, dell’artista esemplare dell’Arte universale.
Violento quanto basta, timido a tratti, reticente, indecoroso, egli dà voce più che corpo – sebbene quest’ultimo sia sempre in tensione – alle vicende biografiche e ai rimorsi dell’anima. Più casuali le prime, più avvincenti i secondi.

Non si ferma qui, muta i toni, li adatta al dialogo con la platea. Egli è il Serafino dell’Arte, l’angelo più volte citato nel testo (che magari è proprio l’Angelo con la corona di spine o magari non lo è) perché non c’è più argine al misticismo della storia né a quello della contemporaneità.
La sua azione diviene transverberazione – ecco che torna ancora Bernini sotto altre vesti – e la platea trova un’unione amorosa, intima e dolorosa con Dio, che poi è la Vita, che poi è l’Arte, che poi è la Società, che poi siamo proprio Noi.
Ci lascia così la “ferita d’amore” di Martinelli, con la sua visionarietà salvifica e dubitosa al tempo stesso, ma gentile e onesta, qualità rare e preziose, soprattutto in teatro.
A Roma, più che in altri luoghi, dove Bernini ha lasciato la traccia materiale del suo lavoro questo spettacolo ha la sua ragion d’essere visto e applaudito.

TEATRO VASCELLO
dal 24 al 29 marzo
LETTERE A BERNINI
di Marco Martinelli
in scena Marco Cacciola
disegno luci Luca Pagliano
scenografia Edoardo Sanchi
musiche originali e sound design Marco Olivieri
tecnico audio Paolo Baldini
realizzazione immagini video Filippo Ianiero
ideazione Marco Martinelli, Ermanna Montanari
regia Marco Martinelli
coproduzione Albe / Ravenna Teatro – Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale
TRAILER
VIDEO DI PRESENTAZIONE di Marco Martinelli per LETTERE A BERNINI
