Il teatro può esistere in qualsiasi posto dove si pone lo sguardo

“Asilo Teatrale degli Appennini – Un sistema teatrale
integrato nel cuore delle Marche” di Arianna Morganti:
teoria e pratica si uniscono in un libro
per portare il teatro dove non c’è

Testo Maresa Palmacci

È in uscita in questi giorni, Asilo Teatrale degli Appennini – Un sistema teatrale integrato nel cuore delle Marche, lavoro di ricerca a cura della giovanissima e preparatissima Arianna Morganti. Un testo scritto nel 2015 e riedito per riflettere sul sistema teatrale e soprattutto per comprendere la necessità di riportare il teatro e, dunque, la cultura nei microcentri, in quei luoghi spesso dimenticati, nonostante le immense ed infinite possibilità a livello paesaggistico, culturale, economico, umano.
Arianna Morganti ha unito pratica e teoria, i suoi studi alla sua esperienza in prima persona nell’impegno per la riapertura del Teatro Perugini di Apecchio, per teorizzare un sistema che parte dalla sua “casa”, ma che può essere applicato ad altre realtà, in quei luoghi in cui il teatro non è mai stato presente. Nello specifico si fa riferimento alle aree interne del basso appennino pesarese-anconetano, per le quali si propone un sistema teatrale condiviso che possa contribuire allo sviluppo comunitario, culturale ed economico dell’intera zona.
Una necessità, più che mai da inseguire in questo periodo storico sociale, in cui il sistema teatrale è bloccato, forse scardinato e messo in discussione. Sarebbe bello poterlo ricostruire ripartendo proprio dalle “radici”, ritrovando il contatto con le cose semplici, naturali, abitando i luoghi. Un ritorno alle origini, alla decrescita felice, per auspicare una rinascita, una rivoluzione culturale che faccia la differenza.

Come è nato questo testo? E da dove sei partita per iniziare questa ricerca?
Asilo Teatrale degli Appennini – Un sistema teatrale integrato nel cuore delle Marche” nasce come una tesi di master. Ero una ballerina, ho studiato danza classica, la strada performativa però era piena di competizione.
Avevo da sempre una predisposizione all’organizzazione, allo sguardo di insieme, alla leadership, allora mi sono iscritta al Master in Performing Arts Management, progettato e promosso dall’Accademia Teatro alla Scala in partnership con il MIP Politecnico di Milano – Graduate School of Business e in collaborazione con il Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa.
Ero la più piccola del corso e mi sono messa in gioco maggiormente. Nello stesso tempo ho conosciuto Nicola Nicchi, entrambi originari di un paese piccolissimo, Apecchio, con 1800 abitanti, che avevo lasciato a 14 anni. È una terra meravigliosa, ma che offre pochissimo, soprattutto per chi ha sete di arte e cultura. Io e Nicola abbiamo, così, deciso di fare qualcosa.
La sfida è iniziata con la mente illuminata di Nicola e il braccio pratico di collegamenti, amicizie con attori e compagnie. Dopo un anno di lezioni al Master, ho utilizzato tutte le nozioni che mi erano state impartite per il “Progetto asilo teatrale degli Appennini”, e quando sono arrivata alla fine del percorso, che prevedeva un tirocinio e una tesi, ho deciso di iniziare una ricerca che potesse avvalorare e sostenere ciò che Nicola Nicchi stava mettendo in pratica. Pratica e teoria si sostengono a vicenda, questo è stato un po’ il miracolo.
Mentre si facevano cose in termini pratici ( abbiamo riaperto il teatro, abbiamo cercato che tipo di spettacoli offrire alle persone, come farle entrare), c’era il sostegno di una ricerca, che andava in una direzione più scientifica, che parte dal macroconcetto della funzione non edonistica, ma prettamente socio culturale e socio economica, a sostegno di un’esplosione performativa che in termini di percorso coglie ampiamente il medio e lungo termine. Anche oggi, ciò che sta succedendo ad Apecchio, è una piccola porzione di quello che è il progetto e di quello che si racconta nel manuale. La peculiarità della nascita e del lavoro di ricerca è stata il sostegno pratico, mentre io leggevo Sen, Premio Nobel per l’economia, il quale teorizzava la necessità di una società formata culturalmente, che sappia partecipare
e apprezzare una messa in scena e coglierne un significato. Studiavo queste cose, che hanno preso forma in una tesi, e che oggi si ripresenta in una pubblicazione rivista. È stato stimolante rivedersi in un lavoro scritto ormai 5 anni fa e in quello che sono oggi. A settembre è iniziato il lavoro di revisione, che ha lasciato il fulcro intatto. L’ho però riformulato anche solo da un punto di vista formale. Questo libro è il frutto di una ricerca passata e di un percorso mio personale, in questi anni, che ha una duplice faccia, quella del 2015 e quella del 2021. C’è stato un restyling.

Quanto questo periodo di pandemia ha influenzato la revisione?
Sicuramente la spinta alla pubblicazione è arrivata da un momento di riflessione come questo. Il tempo si è
dilatato, è stata una tempistica perfetta per riprendere in mano lo scritto: sono chiusa in casa in un monolocale a Firenze e sto studiando. Le cose sono lente, in questo senso la situazione di oggi non ha influito né in termini di contenuti, né di visione del lavoro, ma ha influito nella maniera in cui è stato rivisto, con quella calma e quella precisione giuste per dei lavori che sono anche affettivi . Mi piacerebbe che potesse uscire fuori dalla lettura del manuale, che c’è un senso di affettività all’interno del lavoro. Voglio portare una dedica, alla mia terra al mio paese: le radici sono fondamentali. Io le ho abbandonate per un discorso di crescita, come tanti, però il fatto di capire ciò che c’è fuori, prendere il meglio per poi riportarlo nella tua terra ti fa capire quanto poi effettivamente sei legato a quelle dinamiche e a quelle emozioni che sanno di casa, che profumano di tuo. Spero che tutto ciò pervada il lavoro. Ad un
certo punto del manuale, ad esempio, riporto una relazione della prima messa in opera del Progetto Asilo teatrale degli Appennini, ovvero la prima stagione inaugurata ad Apecchio, che ha un teatro con meno di 50 posti. Le aree interne delle Marche sono aree a livello storico-culturale che hanno vissuto la mancanza del teatro, c’erano teatri attivi e poi se li sono visti chiudere.
In tanti paesi i teatri sono stati chiusi e ristrutturati a cinema, hanno vissuto la scomparsa di questa forma d’arte. Tale mancanza è efficacissima nel momento in cui provi a reinserirla, perché è come un orto lasciato incolto per una vita: quando decidi di tornare a fare cultura, la terra se lo ricorda. La questione teatrale cene ha dato la dimostrazione. Quando il Teatro Perugini di Apecchio ha riaperto le porte con attori di rilievo nazionale, ho visto persone che non hanno mai usufruito di questo servizio sociale, arrivare a teatro e crescere. I primi appuntamenti di questa stagione sono stati per noi e per me il vero senso del progetto, perché riesci a capire cosa puoi dare alle persone della tua terra,
come puoi, nel tuo piccolo e attraverso le cose che ami, farle crescere. Quando una persona non è mai andata a teatro e poi torna, si interessa alle tematiche portate in scena, inizi a capire che qualcosa è stato fatto e ne comprendi anche la portata. A livello identitario, sociale, delle buone maniere. Il teatro fonda una comunità a livello educativo, fa partecipare delle persone ad un rito. Abbiamo creato in pochissimo tempo un appuntamento. È una grandissima vittoria, soprattutto per la comunità, in quanto lo spettacolo dal vivo diventa un fattore di aggregazione puro, genuino, distaccato dallo schermo, dai social. Diventa una questione sociale, etica. Il lavoro che si racconta nel progetto è un processo di alfabetizzazione teatrale che viene appoggiato da delle scelte artistiche fatte da Nicola, molto mirate.
Quando ci si inserisce in una comunità in maniera così impattante, bisogna farlo con degli strumenti, con le modalità corrette, con spettacoli adatti, in quanto le persone non hanno spesso capacità di leggere determinati spettacoli. È stata una sperimentazione pratica e teorica, tanti testi mi hanno aiutato a capire quali fossero le modalità corrette, le tempistiche, il cercare di creare un pre e un post spettacolo.

Il teatro fonda
una comunità a
livello educativo, fa
partecipare delle
persone ad un rito

Qual è l’obiettivo del progetto?
La cosa che va tenuta in considerazione è che il progetto parte dal Comune di Apecchio, ma ha l’obiettivo di
estendersi a 9 comuni che hanno caratteristiche fisiche, ma anche immateriali simili, dove si vive questa forte
mancanza. Un esperimento del genere ormai rodato potrebbe costruire un sistema integrato in questi comuni. Le esigenze che sentiamo noi, sono le stesse che sentono nel paese a 30 km. La forza del manuale porta novità per quelle zone di confine, da coltivare, che non hanno un progetto a cui appigliarsi, non hanno una prospettiva. La finalità del manuale è sì quella di descrivere le nostre terre, ma di aprirsi all’Italia, che per la sua conformazione e per la sua vita interna è piena di questi luoghi. Viviamo di grandi istituzioni e questo mi piace, ho lavorato per grandi realtà, però il legame con il territorio è impagabile. Non si vende il prodotto, si crea insieme il prodotto: questa è la forza di ciò che
stiamo proponendo. È un progetto convertibile per qualsiasi area che sente determinate mancanze. Può rappresentare una luce, una motivazione per poter creare delle cose dove non ci sono, per poter mettere dei piccoli mattoni in terre e zone dove effettivamente certe cose non arrivano. Ho 25 anni e sono chi sono anche grazie a tutti gli spettacoli che ho visto, quello che l’arte ci mostra ci forma. Perché un mio coetaneo che vive ad Apecchio deve sentire delle mancanze? Perché non possiamo avere le stesse basi culturali e formazione? La scuola ti pone le giuste basi, ma poi serve l’esperienza. Se il teatro non c’è e non lo vedi, questo diventa complicato. Nel manuale parliamo dell’azione sui giovani, che è quella più difficile, creare dei ponti generazionali è una grandissima sfida. Il nostro progetto utilizza gli strumenti principali come il contatto con le scuole, la programmazione di spettacoli dedicati. Il processo di avvicinamento di quelle generazioni come i millennials diventa un percorso sul lungo termine per il quale devono essere formulate delle strategie. Per un bambino, un ragazzo, avere un teatro nel proprio paese, per ora, è già una conquista, anche se ancora molto c’è da fare per loro.

In che anno ha riaperto il Teatro Perugini di Apecchio?
La Prima rassegna è stata “ Teatro per il teatro”, che serviva per raccogliere fondi per l’adeguamento del Teatro Perugini, che è sempre stato aperto in funzione di convegni istituzionali, presentazioni per il Comune e palcoscenico per la “Filodrammatica Apecchiese”… Il teatro non era contemplato per forme di arte performativa. Nel maggio del 2015 abbiamo organizzato questa prima rassegna, un vero e proprio esperimento con ingresso ad offerta e la proposta di quattro spettacoli per testare il terreno.
Il 22 maggio 2015 davamo vita al primo evento. Non ci fu sold out ma, si generò molta curiosità. Abbiamo capito che qualcosa si era mosso e non potevamo finirla lì. Tutto ciò ci ha aiutato in termini di spinta e di energia a far partire il 26 gennaio 2016 la prima stagione programmata con tanto di cartellone e presentazione.
Abbiamo toccato con mano un primo risultato. Abbiamo anche inserito per la prima volta matinée per le scuole, e vedere la fila indiana di bambini entrare in teatro, è stato emozionante. Spero che questo possa trapelare da un testo. Parlare di emozioni è semplice, scrivere di emozioni è più complicato. Credo che sia un piccolo miracolo ciò che abbiamo fatto.

C’è stato un sostegno da parte delle istituzioni?
Abbiamo iniziato con una raccolta fondi, economicamente non ci è stato dato aiuto, però non ci hanno ostacolato in nulla. In alcune cittadine è impensabile che il comune ti dia le chiavi del teatro e ti dica fanne ciò che vuoi, per noi invece è stato così. Questa è stata una grande fortuna, ci è stata data piena fiducia. Oltre la fiducia serve solidità economica e funzionale. Il teatro di Apecchio non aveva nulla, nè impianto luci, quindi in quel caso ci è stato dato un lascia passare, il resto è stato tutto fatto con tanta forza di volontà da parte di chi ci ha voluto aiutare e sostenere. Non sono arrivati aiuti materiali da parte delle istituzioni. Siamo in terre in cui spesso il discorso cultura si ferma al folclore, che va benissimo, le tradizioni sono importanti, sono la nostra culla, però abbiamo capito che per certe cose serve la motivazione, quindi tante dinamiche non si rispecchiano in questo tipo di filosofia.

Quando uscirà il libro?
Il libro uscirà il 21 marzo, insieme alla primavera!
Il testo è quasi pronto e sinceramente l’emozione inizia
a farsi sentire…. Inoltre, in copertina ci sarà un’illustrazione di Marco Smacchia: un artista, grafico e
illustratore apecchiese che collabora da tempo con importanti organizzazioni teatrali… e questo sottolinea,
ancora una volta, l’importanza dei i talenti locali e delle
sinergie che nascono spontaneamente nei piccoli centri
come il nostro.

Credi che, soprattutto in questo momento, sia necessario abitare i luoghi e riappropriarsi dei luoghi?
Certamente. In un momento così complicato l’attrattività di certi luoghi è accertata. In questi luoghi si potrebbe dar vita ad un certo tipo di turismo legato alla cultura: fare un concerto in mezzo alla vallata, oppure un trekking narrato da attori. Tutta la prima parte del libro parla proprio di sviluppo economico legato a quello culturale, sebbene sia un ragionamento da fare a lungo termine, in prospettiva la crescita è soprattutto economica. Il ritorno che c’è da una comunità che si sposta per vedere cose, si attiva un sistema turistico, tra alberghi, ristorazione, trasporti. Bisogna sfruttare i luoghi. Il teatro con il sipario ci piace, ma il teatro può esistere in qualsiasi posto dove si pone lo sguardo. E
dalla terra è necessario ripartire, la famosa decrescita felice, il famoso teatro rurale. Il tornare alle piccole cose. Ora è importante ritrovarsi e ritrovare l’identità di ognuno di noi e si può fare ritornando alle origini, a ciò che c’era prima e che va ricostruito. Noi parliamo di una rinascita, di una risurrezione, speriamo che sia così.

L’AUTRICE

Arianna Morganti nasce a Urbino il 26 giugno 1995. A 14 anni si trasferisce prima a Pavia e poi a Siena per studiare
danza classica. Nel 2014 ottiene il diploma accademico presso il Centro di Formazione Professionale delle Arti
Coreutiche Ateneo della danza di Siena. Nel 2015 accede al Master in Performing Arts Management organizzato
dall’Accademia del Teatro alla Scala in collaborazione con MIP Politecnico di Milano e con il Piccolo Teatro di Milano,
al termine del quale svolge un tirocinio presso l’ufficio di Direzione della Produzione del Teatro alla Scala. Nel 2016
collabora con l’ufficio di produzione di Ravenna Festival e lavora, fino al 2018, presso la Fondazione Musica Insieme
di Bologna. Dal 2019 collabora come responsabile organizzativa alla rassegna di musica da camera “La musica
senza barriere” promossa dall’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini diretta da Riccardo Muti. Attualmente è una laureanda del corso di laurea in “Progettazione e Gestione di Eventi e Imprese dell’Arte e dello Spettacolo” dell’Università degli Studi di Firenze.

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