Jago e la potenza della creatività

Intervista alla “rockstar della scultura”, a uno tra gli artisti contemporanei più affermati e apprezzati a livello internazionale, tra esperienza, impegno, determinazione, libertà, possibilità, e la necessità di fare ciò che si ama. Una vera lezione di vita.

PH_Dirk Vogel

“L’arte non ha epoca. E’ l’emozione che dorme su guanciali d’eternità”

Jago ( pseudonimo di Jacopo Cardillo) è un artista aperto al mondo, dialoga con la Storia, cammina sulla linea del tempo, riprende forme classiche e le riveste di contemporaneità, le rende eterne. È un maestro della materia, scolpisce e plasma il marmo infondendogli vitalità, infrange la pietra arrivando all’essenza delle cose. Tocca con le sue opere le corde più profonde dell’animo umano in maniera sensibile, con originalità coniuga tradizione e innovazione, parla di ciò che ci circonda e ci riguarda direttamente, in maniera essenziale e dirompente.

Amatissimo dal grande pubblico, è l’emblema dell’artista contemporaneo, che unisce talento creativo e capacità comunicative.

Eppure Jago non è semplicemente un artista, è un mondo, una dimensione geniale ed eccezionale che ingloba un uomo, un pensiero, un’anima dotata di una intelligenza emotiva e una sensibilità intellettuale profonda, in grado di leggere e comunicare il presente, consapevole del passato e proiettato al futuro.

Nella sua ”The Exhibition”, la mostra che da marzo sta richiamando migliaia di visitatori a Palazzo Bonaparte a Roma, si può prendere atto di questo mondo, aggirandosi tra le sue più celebri creazioni, dagli inizi sino ad oggi, dai sassi di fiume scolpiti fino alle opere monumentali come La Venere, La Pietà, il Figlio Velato, Habemus Hominem. Si rimane estasiati da corpi che sono reali, vivi, veri, che sembrano guardare con occhio vibrante chi li ammira, sembrano parlare con lo spettatore, interrogarlo, entrare in empatia con lui. Sono corpi  e modelli che hanno la forma delle opere classiche e allo stesso tempo né sdoganano i canoni, per esprimere un pensiero.

Jago è stato definito artista social, proprio perché ha utilizzato e utilizza i social per far arrivare la sua arte e il suo processo artistico a tutti. Trasmette messaggi chiari, ha il merito di aver riportato l’arte ad una dimensione popolare, nel senso più alto del termine. È apprezzato da chiunque, non solo dagli studiosi o esperti, e dunque può essere definito un vero artista, che parla e genera riflessioni con ciò che crea, nella mente di chiunque. E dietro un grande artista c’è sempre una grande umanità che Jago ha rivelato in questo dialogo memorabile in cui abbiamo potuto parlare dell’arte al di là dell’arte stessa, al di là delle forme. Abbiamo ragionato essenzialmente sulla vita, di quanto sia fondamentale amare ciò che si fa, intuire la scintilla, il “dono” che ognuno di noi ha dentro di se, impegnarsi con tutte le forze possibili, lavorare duramente e costantemente per raggiungere i propri obiettivi. Perché siamo tutti diversi, tutti preziosi e tutti ricchi di un potenziale che, se ben canalizzato, potrà dar vita a sogni e successi che talvolta chiudiamo in un cassetto. La chiave di ogni cosa è la creatività che ci rende liberi, capaci di reinventarci e di far fronte a qualsiasi imprevisto della vita. Ogni fase è fondamentale nel nostro percorso e spesso sono proprio le difficoltà, i fallimenti o i periodi più difficili a generarne di luminosi.

Così si comprende perché le opere di Jago, anche quelle che raccontano il dolore più atroce, lasciano un senso di speranza e ottimismo, anche in quelle più “nere” a emergere è il bianco, poiché Jago è una persona che crede fortemente nelle potenzialità di ogni uomo e di ogni giovane, nell’imprescindibile importanza del fare ciò che si ama, nel coraggio e nella passione, nella potenza della determinazione, nell’impegno e la dedizione, nella volontà e libertà di scelta.

Jago è un meraviglioso e unico mondo, senza tempo e spazio, dominato dalla Dea creatività, da un ritmo primordiale che tutti dovremmo scoprire o riscoprire, e imparare su di esso a danzare.

Hai sempre avuto una predilezione per la scultura, per la materia, oppure hai sperimentato in precedenza altre forme artistiche d’espressione? Hai sempre saputo che la scultura era il tuo destino, oppure ci sei arrivato con il tempo?

Mi dedico con totale abnegazione al mio lavoro, con tempi che in altri contesti sarebbero illegali. Posso affermare che gran parte dei miei risultati derivano da una forma di dedizione, che è superiore alla norma. Quando ci si riconosce portati per qualcosa, se si ha una particolare sensibilità nei confronti di un determinato linguaggio, allora deve subentrare una serietà professionale, che fa la differenza. È necessario insistere in una direzione e allenarsi, non lo dico per rovinare l’immagine romantica dell’artista, ma per aggiungerne valore: alla fine l’unica cosa che conta è quanto ci dedichiamo a ciò che amiamo. Di conseguenza potrei allargare questa sorta di confessione anche all’amore,  al fatto di aver riconosciuto un dono, di aver compreso in giovane età che la scultura è un luogo per me abitabile.

Ho capito che in questo modo potevo esprimermi, e ciò che mi ha sempre interessato e continua a interessarmi è la creatività, che fa la differenza nella vita di ognuno. Dedicarsi alla creatività vuol dire saper anche reinventarsi, perché la vita ci metterà sempre in difficoltà, può farci degli sgambetti, a volte ce li facciamo da soli, però se sei creativo riesci a reinventarti, e questo è il valore che possiamo utilizzare in ogni momento della nostra esistenza per sentirci a posto, liberi.

Sei un viaggiatore del tempo, sei aperto al mondo, dialoghi con la Storia. Questo tuo muoverti sulla linea del tempo nasce dall’urgenza di comunicare e rivelare un tuo pensiero?

Io vivo oggi, quindi sono completamente condizionato dal periodo storico in cui vivo. Se l’arte è un linguaggio, deve in qualche modo arrivare all’interlocutore, e inevitabilmente siamo calati  nella  realtà in cui viviamo. Questo però non significa che non si possano utilizzare dei linguaggi che abbiano già superato la prova del tempo, che sono sedimentati nella nostra cultura, ai quali mi sento vicino, e che però possono continuare ad evolversi e adattarsi ai tempi che corrono. Dopodiché parlano i risultati: essere compreso anche da un bambino o da persone che non sono esperte di arte, è un dato importante.  Non possono esistere professori che affermano cosa sia arte o cosa no, esiste il nostro gusto che comanda. Sentire una mamma che dichiara: “mio figlio mi ha fatto scoprire i tuoi lavori”, vuol dire che quel linguaggio non è morto, ma continua ad esistere ed insistere, è molto vicino a noi. Vorrei evitare di essere retorico, in quanto quando si parla del tempo che si vive, si considerano  anche i mezzi che lo riguardano: se scolpissi un telefono, da qui a dieci anni lo capirebbero, ma tra 4000 anni potrebbe non essere compreso. Il mio obiettivo è quello di realizzare qualcosa che superi la prova del tempo.  Se scolpisco un piede,  non dico niente di spettacolare,  ma tra 4000 anni avrà sempre un senso, nella sua banalità, supera la prova del tempo. La verità è che noi vediamo le cose che vogliamo, quindi se  a quel piede una persona  vuole associare un significato,  sarà sempre e comunque il suo significato. Voglio essere sincero con me stesso, fare ciò che amo e che  veramente mi riguarda nella misura in cui mi rispetta e rispetta le mie necessità fondamentali. Quando lavoro devo essere felice,  sono felice di fare ciò che faccio perché mi riguarda, mi sento realizzato. Quando mi dedico al mio lavoro  sono lontano dai miei  pensieri assillanti. Quando fai ciò che ami, c’è un senso di appartenenza con tutto….Suggerisco a chiunque di farlo.

Sai avvicinare i giovani all’arte. Secondo te perché? E come si può fare per creare un nuovo “pubblico” , per riavvicinare i giovani all’arte a 360 gradi?

Cosa si può fare per i giovani… Io non ho una ricetta, però se guardo a me stesso posso dire che io ho creduto in me stesso nella misura in cui ho visto e mi sono reso conto che tutto ciò che noi facciamo genera da un pensiero.  Qualsiasi vetta raggiunta a livello umano è generata dal pensiero e dalla creatività di qualcuno. Questo umanizza tantissimo il processo  e lo rende accessibile. Molto spesso ci ritroviamo a divinizzare  gli autori, chi ha fatto grandi cose, mettendoli su un piedistallo inarrivabile, e questo scoraggia i ragazzi. Se tu pensi che la Divina Commedia può scriverla solo Dante e se un ragazzo che vorrebbe essere il prossimo Dante viene deriso, sei tu che lo deridi ad essere incompetente. Non bisogna permettersi di sminuire l’emozione e l’entusiasmo di un ragazzo che vuole essere il prossimo Dante, ha il diritto di esserlo, perché Dante a sua volta avrà fatto la stessa cosa, così come hanno fatto Michelangelo, Bernini,ecc. In ogni campo, nella musica, nel teatro. Se noi sminuiamo i giovani, se noi rendiamo inaccessibile l’arte e continuiamo a minimizzare tutto, a giustificare i nostri fallimenti,  allora tutti crederanno di non potercela fare.

Dobbiamo smettere  di divinizzare i grandi risultati, sono alla portata di tutti e ognuno di noi è unico e perfetto a modo suo e  quindi possiamo fare delle cose uniche, trovare un nostro modo per esprimerci al più alto livello, senza bisogno di copiare o rifarci alle cose degli altri. Dobbiamo copiare per imparare,  e poi trovare il nostro campo d’azione, dove poterci esprimere al massimo.  Proprio poiché siamo unici e tutti diversi, c’è un numero infinito di possibilità di fare cose diverse, di altissimo livello. Se un ragazzo mi dicesse “io voglio essere più bravo di Jago”,  gli direi bravo,  questo è l’atteggiamento giusto, e se insisti potrai fare molto più di me. Studia, cerca di capire come ho fatto, indaga, cerca di  costruire una ricetta del risultato,  falla tua e applicala nel tuo campo di azione, nelle cose che ami, e vedrai che quella ricetta, come ha funzionato per me, funzionerà anche per te. C’è una ricetta del successo, c’è una ricetta dei grandi risultati. Prenderla e applicarla nelle nostre cose fa la differenza. Spesso non abbiamo voglia, tendiamo, com’è normale che sia, al minimo energetico, è nella nostra natura. Così nella maggior parte dei casi ci ritroviamo a svolgere un lavoro che non ci piace, a essere perennemente arrabbiati, a essere in attesa del fine mese, del fine settimana. Ci lamentiamo, e spesso si trasmette questa cultura anche sui figli. Si spera che i figli escano dalla zona di comfort. Le situazioni scomode talvolta ci spingono a emergere, a dare di più. Si dice che i momenti  buoni generino i  momenti negativi, i momenti  negativi quelli positivi. Le persone che hanno raggiunto grandi risultati, la maggior parte delle volte, hanno vissuto momenti difficili. È un giro, ma noi possiamo scegliere  e decidere, se riuscire, con impegno.

Per me l’idea del tempo libero, del “vacare”, non esiste: esiste soltanto il mio impegno e il mio dovermi  dedicare a me stesso, poiché dedicarmi a me stesso totalmente genera beneficio per me e per gli altri.  Dedicandoti a te stesso, costruisci un sistema che è tuo e che diventa opportunità per gli altri.

Come scegli il marmo o i materiali giusti per le tue opere? Quando non potevi permetterti questi marmi, ma dovevi accontentarti dei materiali che trovavi, non era una sfida più interessante?

Oggi posso scegliere il marmo che voglio, all’inizio facevo l’autostop per rubare i sassi.  È diversamente bello, sono periodi diversi della vita.

Le mie prime opere che avete visto a Palazzo Bonaparte, nella prima sala,  sono realizzate con sassi presi da un fiume, era l’unico marmo che  mi potevo permettere.  Per necessità andavo a prenderli lì e il risultato estetico del mio lavoro dipende addirittura dalla necessità del momento: è nata una poetica, la poetica del sasso. Il risultato estetico dipende da quello che puoi permetterti ed è necessario passare  anche attraverso questo momento per arrivare alla dimensione che poi ti riguarda. È una fase. Oggi posso permettermi di comprare un blocco di tre metri  di un marmo magnifico che mi serve per realizzare una determinata opera, proprio perché ho impiegato 16 anni per arrivare qui.  Il risultato si costruisce, magari le cose che facevo prima avevano un sapore diverso. Quando scolpivo le prime opere, quel marmo per me era preziosissimo, era il migliore che trovavo, erano sassi di fiume e li scolpivo immaginando di avere un grande blocco. In quel poco spazio, dovevo essere in grado di mostrare ciò che sarei stato capace di fare se avessi avuto a disposizione un grande  blocco di marmo. Era il lavoro della mia immaginazione, ero già proiettato in una dimensione più grande  e lo facevo  sapendo che piano piano ci sarei arrivato. Ho insistito, avevo una visione molto chiara ed è stata una fase fondamentale.

Ora scelgo il marmo in base alla funzione  estetica del lavoro. Scelgo il migliore che possa permettermi di esprimermi al massimo.

Quale è il tuo rapporto con i luoghi in cui nasce l’opera? Come scegli i luoghi in cui far nascere le tue creazioni?

 Dici bene, il rapporto con i luoghi è fondamentale. I luoghi ti condizionano, dall’aria che respiri, a quello che mangi, dalle persone che ti circondano e frequenti, il  luogo fa la differenza del mondo, è il luogo il genius. Spesso le persone si lamentano del posto in cui vivono, ma il problema non è il posto. Il posto se lo guardi da lontano è magnifico, sei tu quello sbagliato.  Sei tu che devi andare altrove. Se un bambino nasce in un luogo di guerra  ed è portato per suonare il pianoforte, molto probabilmente quella predisposizione l’ applicherà all’uso del kalashnikov. È un esempio forte per far comprendere quanto sia importante il luogo in cui vivi e cresci.  Bisogna andare alla ricerca del posto giusto, e oggi è ancora più semplice  trovare il posto ideale, in sette ore sei a New York. La maggior parte delle mie opere le ho realizzate in un momenti della vita in cui avevo zero opportunità a livello economico, quindi è necessaria solo la volontà, che fa la differenza. Dunque, i luoghi  sono importanti e hanno condizionato il mio lavoro spesso e volentieri.

La tua Pietà è ispirata dalla foto del fotoreporter Manu Brabo in Siria, come  perché sei stato colpito proprio da quella foto?

Ero un ragazzino quando ho visto quell’immagine. Sono quelle immagini forti che ti colpiscono e sedimentano, come tante altre. Quella foto aveva una forza particolare. Poi amando quel tipo di rappresentazione, sono arrivato  all’opportunità di poterla esprimere a modo mio, rimanendo condizionato da quel sentimento.  Un conto è immaginare una cosa, un conto è riuscire a capire la storia di vera sofferenza che c’è dietro. La scultura, come la foto, è una sintesi totale, assoluta, e quindi sintetizza lì dentro un percorso.  Oggi possiamo fare tutto ciò in maniera ancora più profonda, possiamo frequentare luoghi e situazioni lontani.  Grazie allo smartphone siamo connessi con il mondo, quindi possiamo patire addirittura come se stessimo lì di persona. Un ragazzo che vede certe immagini e ha una certa sensibilità, le lascia permeare nella propria persona e se le porta dietro. Questo è quello che è successo a me, e poi esistono le idee, le suggestioni, il momento storico in cui lo realizzi. Sono passati anni, ma per me era importante creare un parallelismo reale che potesse ampliare anche il discorso… Quella foto poteva diventare una scusa per far scaturire una riflessione sul mio lavoro e viceversa, il mio lavoro una scusa per far scaturire una riflessione su un argomento mai esaurito.

Nell’opera “Apparato Circolatorio” hai appunto ricreato il ritmo di un battito cardiaco…. Che rapporto hai con la musica? È vero che suonavi?

Si, per gran parte della mia vita mi sono dedicato alla musica.  Ho sempre svolto attività, anche nello sport, in cui potevo applicare la mia creatività, e questo non è  solo un fatto dell’arte, ma di espressione a 360 gradi.  Se sei una persona creativa, curiosa, puoi esprimerti in tanti modi. Ho suonato per tanto tempo, ho fatto l’ ingegnere del suono, non mi accontentavo di suonare, volevo registrarmi. Feci dei corsi  per attuare registrazioni,  suonavo il basso elettrico, il contrabbasso, ho frequentato un anno di conservatorio. Poi questa passione si è evoluta ed è diventata un po’ il parallelo dell’arte, anticipando i tempi, perché la musica è molto in anticipo da molti punti di vista rispetto all’arte figurativa e questa cosa  mi ha aiutato. Il fatto di aver lavorato nella musica, mi ha aiutato molto a capire quello che poteva essere il futuro dell’artista in campo figurativo, in quanto nella musica è successo molto prima che l’artista sia passato  da compositore a esecutore a produttore. Prima il musicista aveva bisogno del produttore, della casa discografica, oggi i musicisti hanno tutti la loro casa discografica, ma si occupa solo di distribuirli. I musicisti sono i primi a essersi dovuti preoccupare di avere un audience, poiché  quando andavi a suonare in un locale ti veniva chiesto quante persone avresti portato. Sono stati i primi  a farmi pensare che  questo è il futuro anche dell’altra arte. La musica ha anticipato quello che adesso è quasi normale, ossia che l’artista si occupi della totalità delle sue cose. Con i social poi questo concetto è stato enfatizzato ancora di più, ti ritrovi in una dimensione in cui puoi parlare di te stesso. Prima faceva “figo” dire ho il manager, il produttore, oggi no. Se condividi una foto, stai già parlando di te,  tutti oggi hanno la propria televisione, tutti vivono i loro 15 minuti di notorietà o li bramano. La musica, quindi, mi ha permesso di capire che l’artista deve tornare a essere imprenditore, ovvero un creativo che è in grado di creare  delle dimensioni di opportunità diverse, una persona che  riesce a parlare da sola, a occuparsi delle sue cose, che non ha bisogno di intermediari, e a quel punto,  è in grado di circondarsi di figure professionali  che lavorano per lui e con lui,  ma lui non dipende da nessuno. Questo è il futuro.

Maresa Palmacci con la preziosissima collaborazione di Andrea Montelli

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