Malvagia, perversa, raffinata, fantastica Carmen!

recensione di Emiliano Metalli

Torna ancora la Carmen messicana di Valentina Carrasco per la stagione estiva del Teatro dell’Opera di Roma alle Terme di Caracalla ed è subito sold out!

C’è da dire che, nonostante alcuni passaggi discutibili, lo spettacolo funziona alla grande. Le scene essenziali di Samal Blak, i costumi di Luis Carvalho a giusta distanza fra citazione e modernità e le luci vibranti di Peter van Praet, insieme alle coreografie di Erika Rombaldoni e Massimiliano Volpini, hanno accompagnato senza soluzione di continuità l’idea generatrice di una Carmen moderna, politicamente esposta, mai pittura d’ambiente, ma sempre critica verso una società – quella statunitense – che esclude gli ultimi in nome di una violenza di cui poi, inevitabilmente, resta vittima.

Il cadavere che apre lo spettacolo allude forse a questo oppure alla fine inevitabile di Carmen, cui le carte stesse profetizzano la morte, in un circolare ed eterno ritorno del destino.

Molto è stato scritto, fin dalla prima assoluta di questa messinscena, in alcuni casi mettendo in luce aspetti poco consoni all’originale concezione di Bizet, in altri elogiandone proprio la distanza da una certa tradizione, ma nello stesso tempo l’aderenza all’azione. Mi annovero fra questi ultimi. Non resta allora che sottolineare come, dopo qualche anno, la forza di questo spettacolo non abbia subito incrinature, ma quanto esso sia bensì perfettamente adatto tanto all’azione originale quanto allo spazio scenico in cui è stato concepito. Uno spazio storico – nel senso archeologico e musicale del termine – impiegato con strabiliante sapienza e uso accorto di colori e di corpi, che lo rendono a sua volta quanto più vivo e vitale. Ça va sans dire: il merito è della regia, ma anche degli interpreti.

Veronica Simeoni – che ha dato avvio a questa produzione nel 2017 – ha al suo arco tutte le frecce del personaggio di Carmen: timbro, fraseggio, musicalità e, sul fronte scenico, la giusta misura fra disinibizione e controllo. Qualità che la rendono una appetibile Carmen di riferimento della sua generazione. In particolare in questo allestimento il suo personaggio abbandona la sensualità da cartolina erotica dei primi del Novecento, tutta smorfie e ammiccamenti, e si tuffa nel mondo reale: la violenza, il delitto, la rapacità – la stessa di Erich von Stroheim in Greed che non a caso finisce nel deserto californiano – costituiscono un’ovvia e scontata unità di misura dei rapporti fra le persone, in questo paese di confine. Carmen salta e danza in abiti succinti, lotta nel fango, corre senza sosta per tutta la lunghezza del palco, senza mai perdere per un attimo il controllo della melodia, di una linea vocale quasi costruita ad hoc per la sua vocalità. Nei momenti più intensi non solo risolve con disinvoltura anche le tessiture più scomode – come l’aria delle carte – ma si mantiene in equilibrio fra distacco e partecipazione, dando l’impressione di essere sincera nella sua interpretazione.

G. Bizet, Carmen – Teatro dell’Opera di Roma – luglio 2022 – photo Fabrizio Sansoni

Accanto a lei un tenore di eccellenza come Saimir Pirgu che, allo stesso modo, sceglie una strada di equilibrato compromesso. Troppo semplice abbandonarsi a certuni slanci veristici, nella musica come nella scena. Egli preferisce esprimere il tormento di Don José attraverso il gesto minimo, la compostezza, a tratti l’immobilità essenziale, che gli permette di concentrarsi sugli aspetti vocalmente più impegnativi mostrando un timbro vibrante e un controllo del registro acuto da manuale, ivi compreso il famigerato si bemolle dell’aria.

G. Bizet, Carmen – Teatro dell’Opera di Roma – luglio 2022 – photo Fabrizio Sansoni

Escamillo è Luca Micheletti: voce baldanzosa, sicura, uniforme, simile alla sua interpretazione. Il personaggio risente – come anche Micaela – di una certa semplicità di carattere, ma egli ne trae il meglio in alcune frasi quasi secondarie, illuminandole di un caleidoscopico significato altro: quando si rivolge a Carmen, nel II atto, e quando si infiamma con Don José nel III.

G. Bizet, Carmen – Teatro dell’Opera di Roma – luglio 2022 – photo Fabrizio Sansoni

Mariangela Sicilia, poi, è di Micaela una incarnazione diversa dal solito, secondo quanto sembra indicare la regia. Non è la fanciulla angelicata che traspre dal libretto e dalla melodia, ma una donna in carne e ossa che sa affrontare le difficoltà anche con una certa arroganza. Non è una anti-Carmen, come spesso viene disegnata, ma piuttosto una Carmen non pienamente sviluppata. E questo aspetto traspare chiaro dalla sua interpretazione, più vitale sul fronte scenico, più partecipe, senza intaccare la resa vocale che resta di ottimo livello.

G. Bizet, Carmen – Teatro dell’Opera di Roma – luglio 2022 – photo Fabrizio Sansoni

Bravi i rimanenti membri del cast, ma più attenti al personaggio, sacrificando la parte vocale sull’altare della scena. Su tutti spicca il timbro della Mercedes di Anna Pennisi e la caratterizzazione perfetta di Marcello Nardis.

InstancabilI il coro e il corpo di ballo, che la regia fa interagire credibilmente in alcune scene rendendole molto più dinamiche, mentre l’orchestra ne esce poco valorizzata per colpa della amplificazione: settori troppo scoperti e altri per niente rendono difficoltoso non solo l’ascolto, ma anche il lavoro del direttore, Jordi Bernàcer, che pure fa il suo massimo per tenere sotto controllo una partitura ampia e dinamica, ma senza trovare una sua strada originale.

Fino al 4 agosto resta in scena: una buona occasione da non perdere.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

otto + 14 =