Amatissime. Intervista a Giulia Caminito

di Simone Carella

Afferrare qualcosa nelle tracce di esistenze più o meno lontane, spesso illustri, a volte dimenticate. E poi tentare con coraggio il processo inverso: richiamare a sé grandi icone della letteratura per raccontarsi. Giulia Caminito (Premio Campiello 2021 per L’acqua del lago non è mai dolce, Bompiani) ha saputo compiere questa traversata tra i tempi e le parole in Amatissime, per Giulio Perrone Editore. Un libro che sfugge alle categorizzazioni: un po’ saggio critico, un po’ memoir, un po’ romanzo. Cinque capitoli, cinque scrittrici, cinque momenti della propria esistenza (l’infanzia, l’adolescenza, l’università, i primi impieghi in caseditrice, le pubblicazioni e il futuro) a cui Caminito associa i percorsi terreni di Elsa Morante, Beatrice Masino, Natalia Ginzburg, Laudomia Bonanni e Paola De Stefani.

Parrebbe una scansione rigida, quasi schematica, e invece fin da subito tutto risulta dinamico. Un gioco di specchi verbali e rimandi ci svela che i personaggi di Amatissime sono sei e non cinque. Tra le grandi icone letterarie e i loro carichi di storia fa capolino l’io di Caminito, una prima persona che accompagna discreta e poi però si accende, tesse l’ordito. Come piccoli barlumi di contemporaneo nel pulviscolo magico e rarefatto di un tempo perduto al lettore arrivano dritti il punto di vista di Caminito, le sue idee di scrittura e certi flussi a briglia sciolta che legano passato e presente della stessa materia: l’amore viscerale, ossessivo, per le parole.

In Amatissime la penna di Caminito è mossa da due forze propulsive: l’istinto da narratrice si fonde all’abilità di ricercatrice e studiosa per accendere un riflettore inedito e personalissimo su figure gigantesche del nostro Novecento. Ed ecco che le vite di Morante, Masino, Ginzburg, Bonanni e De Stefani si colorano di nuove striature, come rianimate dall’occhio interrogante di Caminito. Uno sguardo per nulla agiografico, fendente. Capace di intrecciare, travasare, tenere insieme, in contatto. Del resto, Amatissime si pone proprio questa domanda: come si fa a tenere in vita una scrittrice? Una parola dopo l’altra, verrebbe da dire. Nessun altro modo è possibile.

Il lettore ha dunque il privilegio di potersi abbandonare al flusso per conoscere angolature meno battute dalle biografie classiche e anche un po’ della scrittrice Caminito: il suo rapporto con le cinque donne e quindi con la scrittura, gli spettri dell’oblio e del fallimento, l’ansia di non essere all’altezza.

Spesso Caminito procede per associazioni: di oggetti, di luoghi, di parole. Il presente soffia lungo il tracciato della memoria e le storie trasmigrano una nell’altra. Così le epoche, i luoghi, gli spazi: tutto è parte di un discorso unico, compatto, in cui Roma si rivela crocevia insostituibile per ciascuna esistenza. E poi ci sono oggetti-feticcio (le bambole, l’ombrello di Elsa Morante, gli abiti di Masino, i giardini di Ginzburg, un manoscritto rifiutato, scatoloni di memorie) che attraggono destini di gloria o di oblio nella mappatura emotiva di una giovane scrittrice del tempo odierno, in cui è forse svanito il fervore del dopoguerra ma resta, tenue e insuperabile, l’esigenza di raccontare.

Giulia Caminito, in una foto scattata per L’Estroverso

Leggendo “Amatissime” ho avuto l’impressione che tempi ed epoche anche distanti dalla nostra si fondessero tra loro, col risultato di farmi sentire più vicine e più accessibili le scrittrici di cui parli proprio grazie a queste assonanze tra la tua storia e le loro. Quindi volevo chiederti se questa sovrapposizione era voluta fin dall’inizio e come è stato il processo di scrittura.

Il libro nasce all’interno della collana Mosche d’oro, pubblicata da Giulio Perrone Editore e curata da Nadia Terranova e Viola Moro. Prima ne facevo parte anche io, da gennaio però ho deciso di uscire perché non ce la facevo a seguire tutto. La collana è nata con l’idea di far parlare scrittrici contemporanee delle donne per loro più rappresentative del passato, in tutti campi: letterario, scientifico, sportivo, architettonico e artistico in generale. Ognuna avrebbe dovuto scrivere una biografia e scrivendola raccontare di sé, spiegare il perché di questo legame. Io sono stata la prima. Da quando ho iniziato a lavorare in editoria mi sono appassionata alle scrittrici del Novecento di cui non avevo mai sentito parlare nei programmi scolastici né in università e che invece mi sembravano interessanti. Per me era più rappresentativo tentare un lavoro corale piuttosto che sceglierne una sola, così ho proposto questa alternativa e mi hanno dato l’ok. Per diverso tempo l’idea era stata quella di raccontarne almeno dieci, ma scrivere saggi brevi su scrittrici diverse dando un taglio che avesse un senso complessivo non è stato facile. Poi mi è venuta questa idea di provare a utilizzare la mia vita come base di partenza e, attraverso dei rimandi, di dedicare un capitolo a ognuna di loro. Così c’è il capitolo dell’infanzia e dell’adolescenza, il capitolo dell’età adulta, l’inizio del lavoro, il capitolo della scrittura e poi un capitolo rivolto al futuro, sulle eredità. A quel punto mi sono chiesta quali fossero le scrittrici più adatte per seguire questa parabola tra quelle che io amo di più, e per ognuna ho iniziato a studiare la parte di vita più congeniale al progetto. Man mano che studiavo, prendevo appunti e scrivevo ho pensato a degli elementi della mia vita che potessero essere interessanti da intrecciare con quel che succedeva nella loro. Quindi prima è nato il progetto, poi quest’idea di fondo per cui è quasi come se le cinque insieme compissero il percorso di una vita sola.

Mi sono piaciuti molto alcuni inserti che tu inserisci tra parentesi. All’interno di vari capitoli troviamo una pagina, una pagina e mezzo di tue riflessioni, quasi flussi di coscienza solo apparentemente estemporanei, molto intimi. Volevo chiederti se anche questo è venuto scrivendo o se era parte di un’idea iniziale e come ti sei sei sentita nel nel parlare così a fondo di te.

Ti ringrazio perché per me sono molto importanti quegli inserti. Non sono presenti in tutti i capitoli perché non volevo una cosa ridondante o schematica. In realtà per questo libro ho dovuto cercare un’altra forma di scrittura, perché è il mio primo lavoro saggistico e quindi lo stile narrativo che uso di solito, che è quello che mi viene più naturale, qui non era granché sostenibile. Quindi ho sperimentato molto: per esempio l’uso delle parentesi e dei corsivi – che io non uso mai in narrativa –  mi è stato consentito proprio dal taglio saggistico. I corsivi mi sono serviti per le citazioni e per alcuni riferimenti linguistici. Io ricercavo uno stile saggistico che però in qualche modo comunicasse con la narrazione, e volevo anche inserire parti testuali e citazioni che restituissero un po’ della voce delle cinque scrittrici. Le parti più personali di cui mi chiedevi sono venute in maniera molto naturale, e però mi sembravano davvero delle considerazioni tra parentesi, proprio perché sono talmente intime che magari collocate nel resto del corpo del testo potevano risultare stonate. Invece inserendole tra parentesi c’è proprio l’idea di dire al lettore: se ti va di leggere questo contenuto bene, altrimenti puoi anche farne a meno e andare avanti. In realtà la parte più difficile per me è stata dare le informazioni che volevo sulle autrici. La paura di fare degli errori era tanta, come quella di incongruenze o di scarsa chiarezza, perché in narrativa uso un periodare molto lungo. Quindi ho dovuto rileggere tutto e spezzare le parti per cercare di essere più ordinata. Tornando agli inserti personali, non è stato facile parlare di me: per questo preferisco comunque i romanzi.

Elsa Morante

A chi vorresti si rivolgesse questo libro? Lo vedi più rivolto a un pubblico di lettori e lettrici forti o c’è l’ambizione di poter spingere – anche grazie al tuo successo con L’acqua del lago non è mai dolce – chi ancora non conosce queste scrittrici ad avvicinarsi a loro?

Io credo che questo sia un libro di nicchia. Per decidere di avvicinartici devi quantomeno essere interessato alla storia della letteratura, e nello specifico alla storia della letteratura delle donne. Magari sullo sfondo c’è la speranza che avendo inserito autrici meno note a fianco di autrici ancora oggi celebrate come Ginzburg e Morante, queste possano fare da traino per spingere lettori e lettrici ad avvicinarsi anche alle altre. Specie di Bonanni e De Stefani si trova molto poco. Mi hanno chiesto di fare degli incontri nelle scuole, vedremo. Terrò anche un seminario alla Sapienza, quindi avrò un contatto diretto con gli studenti e le studentesse attraverso delle interviste. Questo magari mi aiuterà a capire un po’ meglio come è stato recepito il lavoro e se avrà una qualche utilità. Non si tratta di biografie complete: è chiaro che non ci si deve aspettare un lavoro esaustivo. Su Ginzburg, Morante e anche Masino ci sono lavori accademici e di critica molto più ampi e precisi, mentre qui si trovano dei focus, degli spot.

In Amatissime ci sono tantissimi luoghi. La memoria passa inevitabilmente attraverso gli spazi e gli oggetti, per cui Roma è molto presente. Ti sei recata personalmente nei posti che descrivi? Li conoscevi già?

La maggior parte dei luoghi inseriti sono a me familiari perché ad esempio, come scrivo nel libro, ho vissuto nel palazzo di Elsa Morante a Trastevere e ci torno spesso. Sono stata anche vicino a Regina Coeli e lì ho fatto una specie di sopralluogo: mi sono guardata intorno e ho provato ad annotare delle sensazioni, a capire che cosa poteva uscirne di interessante. I luoghi sono un po’ emersi, e a mano a mano che scrivevo Roma si rivelava il fulcro. Non era una cosa voluta, poi però mi sono resa conto che continuavo a raccontare Roma da prospettive diverse e per motivi di vita diversi: dai più felici ai più drammatici, ai più abitudinari, a quelli del viaggio-spartiacque per cambiare la propria vita e abbandonare una situazione più provinciale. Sicuramente alcuni luoghi si sono imposti. Roma è stata crocevia non solo per questi cinque autrici ma per tantissime altre, probabilmente a partire dalla centralità che la rivista Mercurio, nata a Roma, ha avuto in quegli anni. Ho fatto molte ricerche anche on-line, con Google Maps, mentre i luoghi di Elsa Morante li frequento normalmente perché si trovano nella parte di Trastevere vicino a dove abito io, quella meno turistica. Mi fa sempre molto effetto passare là davanti e quindi sì, sono tutti luoghi attraversati tranne quelli in altre città, per cui mi sono appoggiata ad altri lavori di ricerca.

Natalia Ginzburg ed Elsa Morante

Del tuo rapporto con Elsa Morante emerge qualcosa di molto personale nel libro, anche per via della grande passione di tua madre nei suoi confronti. Nel capitolo su Ginzburg questo elemento invece manca. Posso chiederti di raccontarmi qualcosa del tuo interesse per loro, di quando le hai scoperte? 

Ho iniziato tardi, con Ginzburg come anche con Elsa Morante, perché ho studiato filosofia e quindi per i cinque anni dell’università ho letto praticamente solo saggistica filosofica. Poi ho iniziato a lavorare in editoria e lì ho seguito un progetto sui recuperi letterari di scrittrici poco note del ‘900, focalizzandomi su di loro. La prima cosa che ho letto di Ginzburg è stata Memoria, (poesia dedicata al marito Leone Ginzburg contenuta nella raccolta Un’assenza, Einaudi ndr) quattro o cinque anni fa. Non ricordo dove lo l’ho trovata, però è stata la prima cosa che ho letto di lei. Dopo sono venuti Lessico familiare e soprattutto i racconti, le due raccolte L’assenza e Cinque romanzi breviMemoria ha esercitato da subito un vero potere su di me, un potere che non mi spiego tuttora e però mi ha toccata profondamente. Conoscevo a grandi linee la storia di Leone Ginzburg ma dopo la lettura di quella poesia ho fatto ricerche, ho letto altri libri. Poi è uscito La Corsara di Sandra Petrignani (la biografia di Natalia Ginzburg, edita da Neri Pozza ndr), che mi è piaciuto moltissimo e mi ha molto commossa, soprattutto nelle parti in cui parlava del rapporto tra Natalia e Leone e della morte di Ginzburg. Quindi il primo approccio è stato un po’ graduale e tardivo. Posso dire di avere più vicinanza con Ginzburg a livello di scrittura perché Morante mi piace moltissimo ma la trovo molto diversa da me: lei ha una scrittura eclettica, che cambia tantissimo da un romanzo all’altro, anche molto metaforica, surreale. La scrittura di Ginzburg invece in me risuona di più, probabilmente per la linearità che però porta sempre con sé una potenza specifica. Non conoscevo bene la sua carriera da editor, quindi nel capitolo che le ho dedicato volevo raccontare il grande peso che ha tuttora una come lei per chi, come me, vuole fare questo mestiere ed è una donna, dal momento che non abbiamo tantissimi riferimenti di grandi editor del Novecento donne. E mi ha colpito moltissimo, facendo le ricerche su di lei, scoprire quanti libri pazzeschi ha tradotto, ha scelto di far pubblicare o di cui ha affidato la traduzione ad altri.

Natalia Ginzburg

Alla fine dei capitolo su Ginzburg ti interroghi sul senso di inadeguatezza di chiunque venga dopo nel mondo editoriale rispetto a figure di un passato così glorioso, e chiudi con una domanda che avresti voluto rivolgere proprio a Natalia Ginzburg, che è se non ricordo male “Guarda qui, che te ne pare?” Secondo te a lei cosa parrebbe dello stato attuale dell’editoria italiana? 

Ripercorrendo le vite di queste cinque scrittrici mi sono resa conto del fatto che la metà degli anni ’80, quando muoiono Morante e anche Bellonci, segna davvero uno spartiacque per l’editoria e per il mondo letterario, perché quel tipo di mondo a cui loro avevano partecipato molto attivamente stava finendo. Natalia Ginzburg invece è ancora in vita anche nella fase successiva, quella dei grandi cambiamenti. Dalle cose che ho letto il lavoro redazionale e in casa editrice Einaudi non era sempre tutto rose e fiori, perché Ginzburg gestiva anche le parti dell’assegnazione delle traduzioni e quindi credo che molti problemi economici e identitari del mondo editoriale ci fossero già allora. A metà degli anni ’80 era appena iniziato quel processo che oggi è ai massimi livelli, quindi io dubito che una grande scrittrice e una grande editor come Natalia Ginzburg oggi si troverebbe bene in questo clima di sovrapproduzione. Il suo lavoro in Einaudi era molto preciso, accurato, meticoloso. Possibile a quei livelli, secondo me, solo in quel preciso periodo storico dell’editoria. Oggi, con la quantità di persone che scrivono e mandano manoscritti, con la semplicità con cui arrivano i manoscritti e la quantità di libri che l’editore fa uscire ogni anno, quel tipo di lavoro sarebbe impossibile da fare, a meno che non si lavori per una piccola casa editrice e si decida di tenersi fuori da determinati flussi e logiche editoriali. Oggi i grandi editori, anche se ovviamente ci lavorano persone molto brave, non possono assolutamente permettersi di rispondere a tutte le e-mail di chi sottopone manoscritti. Quindi secondo me Ginzburg si troverebbe molto spaesata: il sistema editoriale è in una situazione molto critica, stretto tra la iper-produzione e la diminuzione delle persone che lavorano nel settore. Natalia Ginzburg si è trovata a vivere in prima persona un momento di slancio, in cui le persone che leggevano aumentavano vertiginosamente e in cui con la ricostruzione dopo la guerra c’erano grandi energie e anche grandi prospettive: tutto stava avvenendo proprio lì, in quegli anni. Certe volte ho proprio la sensazione che invece noi siamo nella fase in cui tutto è talmente rapido che sembra non avvenire nemmeno. Quindi secondo me non sarebbe l’ambiente adatto per il lavoro di una scrittrice di questo calibro, come per le altre di cui mi sono occupata. Anche la vita di Bonanni – che era sicuramente una personalità meno forte e meno inserita di Ginzburg o Morante – insegna come una scrittrice che ha vissuto a cavallo tra i due momenti della storia dell’editoria si sia dovuta addirittura ritirare dalla scena perché le era impossibile convivere con questo nuovo approccio alla letteratura.

Lascia un commento

Your email address will not be published.