L’eccidio, la memoria. Intervista ad Aurora Miriam Scala.

2 Marzo 2023

Avola, 2 dicembre 1968. Una squadra di poliziotti apre il fuoco su un gruppo di braccianti che, come scriveva Mauro de Mauro sull’Espresso qualche giorno dopo, manifestava soltanto per «solo trecento lire in più». Così, la storia di questo paesino del siracusano sarebbe rimasta per sempre scempiata dall’eccidio. Da questa vicenda prende le mosse Itria, monologo di Aurora Miriam Scala, recentemente selezionato per il Bando di Produzione e Residenza della Fondazione Claudia Lombardi per il Teatro (Lugano). Abbiamo raggiunto l’attrice e drammaturga al telefono, per ripercorrere insieme la storia di questo lavoro, all’indomani del ritorno dalla Svizzera e della prima, tenutasi ad Avola il 26 dello scorso febbraio. È proprio a partire da quest’ultima rappresentazione che prendiamo le mosse: «Sono molto contenta di come sia andata – dice. Questo argomento è una ferita aperta per la città. Tanta gente affiancava le lotte sindacali, ma tanta gente faceva ostruzionismo. Avola era spaccata a metà. Considerato ciò abbiamo avuto una buona risposta».

Nel tuo Itria concedi voce alla moglie di una vittima dell’eccidio, ed è attraverso la sua esperienza che ripercorri la vicenda storica. Vuoi raccontarci la genesi di questo personaggio, il cui nome è oltretutto il titolo del dramma?

Itria viene da “Odigitria”, un appellativo della Madonna, e significa “colei che indica la via”. Io ho immaginato questa donna così, come una madre che segue i figli nel cammino della vita. Fondamentale è stato il rapporto con la famiglia Scibilia, e in particolare con Paola, la figlia più piccola di quel Giuseppe che trovò la morte proprio durante l’eccidio. La mia Itria è anche il risultato dei racconti che Paola mi ha condiviso intorno ai propri genitori. Io cercato di inserire qualcosa in più, un po’ romanzando, immaginando momenti di vita privata. Il dramma entra nell’intimità di questa coppia, e per questo ho ritenuto giusto raccontare anche la gioia dello stare assieme, tanto più se la violenza è caduta su questa gioia come una mannaia, ferendola di netto. Nel ‘68, in Sicilia, rimanere vedova con figli non era certo facile.

Qual è stata la reazione dei familiari?

Lo spettacolo li ha commossi. Io ho caratterizzato Itria come una donna forte, caparbia, forse più di quanto è stata in realtà. Ma Paola mi ha detto: «Hai fatto bene, così si comprende meglio la sofferenza subita». Ho voluto mantenere un pudore nella rappresentazione del dolore, senza spettacolarizzarlo. Comunque sia, al di là della scena, parliamo di una donna che ha fatto il possibile, che ha bussato a tutte le porte per avere verità, giustizia e aiuto per i propri figli. È morta con il bisogno di sapere cosa fosse accaduto, davvero, il giorno dell’eccidio. Ha detto ai suoi figli di continuare a cercare, a chiedere per la verità. Una verità tutelata dal segreto di stato.

Attraverso la vicenda privata di questa donna, racconti un fatto storico. In che modo, all’interno del tuo dramma, questo privato diventa politico?

Anzitutto mi sono chiesta se fosse il caso di scrivere una sorta di trattato di educazione civica. Poi ho compreso quanto fosse necessario, invece, avvicinarsi all’umanità oltre la cronaca. Così racconto un privato quotidiano, comune, ma anche qualcosa di più grande: la richiesta della possibilità di vivere quel privato, richiesta della quale si può anche morire. Voglio raccontare la signora Itria, il signor Scibilia, ma anche la rivolta sociale. Una piccola storia nella grande storia, insomma. È una vicenda a me familiare: appartiene ai racconti della mia infanzia, tramandati da mio nonno. Io non sono di Avola, ma della vicinissima Noto. Tuttavia la memoria di questo passato al mio vissuto. Nel ricostruirla, ho avuto la possibilità di consultarmi con il professore Sebastiano Burgaretta, giornalista e saggista, tra i pochi a essersene occupato. I versi di un suo libello, Redditu per il 2 dicembre, sono l’avvio del dramma. Quando noi pensiamo alle lotte sindacali pensiamo sempre al Nord “produttivo” e proletario, e invece è stato proprio l’eccidio di Avola a portare alla redazione dello Statuto dei Lavoratori. Semplicemente, il ministro Brodolini, il quale allora se ne fece carico, morì di lì a breve e con lui la memoria di questi fatti. Si tratta comunque di un passato che oltretutto piomba sempre nel nostro presente, prepotente. Il caporalato è ancora una piaga, lo dimostrano gli ultimi avvenimenti.

La tua Itria ha ottenuto un riconoscimento internazionale. Qual è stata la ricezione del tuo lavoro da parte di istituzioni e operatori culturali, in Sicilia?

Il mio progetto è legato alla pubblicazione dell’Antologia ‘Nell’anima della scena’, curata da Vicky Di Quattro e Fulvia Toscano [un volume dedicato alla giovane drammaturgia siciliana under 40, patrocinato dall’Assessorato alle Politiche culturali della Regione Siciliana, risulta da comunicato]. La giovane, nuova drammaturgia qui incontra grandi difficoltà. È difficile affermarsi, poter interloquire, anche per solo migliorarsi. Io ho avuto il sostegno della Società Dante Alighieri e della Fondazione Claudia Lombardi, che ha creduto nel mio progetto consentendomi di lavorarci più nel profondo, per rivederlo, ampliarlo. Ma è accaduto in Svizzera, appunto.

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