Il Queer Summer Festival raccontato da Lorenzo Pasquali: “Non vogliamo indottrinare, ma creare un dialogo”

8 Settembre 2023

Umanità, differenze e connessioni, accettate o demonizzate; l’uomo ha legittimato il paradosso, vuole l’esclusiva, nell’essere e nell’apparire, senza accetta le differenze di chi è diverso, ma diverso da chi?

Sensibilizzazione, dialogo, rispetto e accettazione, sembrano sempre più lontane, ma non inarrivabili, a confermarlo è la presenza sul territorio di eventi come il Queer Summer Festival, in programma dal 31 agosto al 17 settembre, organizzato da Ondadurto Teatro, che vanta la direzione artistica delle Karma B e di Margò Paciotti; promosso da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura, è vincitore dell’Estate Romana 2023-2024.

Una prima edizione dalla programmazione già ricca, di ospiti, spettacoli, laboratori; di luci, carattere, contenuti e messaggi d’integrazione necessari e indispensabili.

Un evento che accoglie ogni individualità, uomo, donna, drag queen, persone transgender e non binarie, come il sottotitolo Humanities grida a voce alta, riconoscendola anima e artista; un evento che spazia nei luoghi, inscenandosi in vari Municipi di Roma (OpenAir, Largo Venue, Centrale Preneste Teatro, Monk Roma e Bar.Lina), e nelle forme d’arte, per assaporare e sperimentare ogni poliedrica modalità espressiva, come variegata è ogni identità.

Della mission del Festival, dei suoi linguaggi e dei suoi mezzi di comunicazione ne abbiamo parlato con Lorenzo Pasquali, fondatore, direttore, attore e produttore di Ondadurto Teatro, che dal 2005 consacra, a livello internazionale e territoriale, l’arte queer cultura vera e propria.

Avete vinto il bando di Estate Romana. Che valore ha per Ondadurto a livello di crescita professionale e di affermazione territoriale?

Avere le amministrazioni pubbliche al fianco di una tipologia di attività come questa per noi è importante.

Il Festival tratta delle tematiche di inclusione; attraverso l’arte tentiamo di sensibilizzare la comunità e, considerati i tempi, non era scontato il fatto che la commissione valutasse valide le nostre proposte culturali.

Non siete nuovi nell’organizzare Festival…vostro è anche Drag me up- queer art festival, differenze?

A prima vista potrebbero sembrare progettualità simili, ma non lo sono. Il Drag Me Up ha come obiettivo quello di attraversare la città di Roma da Est a Ovest, creando una linea, che va dal Quarticciolo a Ostia: è un festival più legato all’aspetto performativo e al mondo drug a 360°, ha dunque una tematica più specifica.

Il Queer Summer Festival, invece, si pone l’obiettivo di creare un palinsesto estivo performativo non legato a una sola tematica, ma a una sfera più ampia di argomenti; vogliamo testimoniare che questo tipo di arte non ha solo performance effimere, ma contenuti veri e propri, realizzati da professioniste.

Il filo rosso che le lega entrambi è sempre quello della non discriminazione.

La situazione politica attuale ha pesato sull’organizzazione o il modo in cui il pubblico ha accolto il messaggio d’inclusione e non discriminazione?

Assolutamente no. A noi non piace strumentalizzare le situazioni, non facciamo politica, ma dietro l’arte, essendo un fatto sociale, un fattore politico c’è sempre; tuttavia, non può e non deve influenzare il lavoro di un artista, e viceversa.

Uno dei compiti di chi fa arte è quello di portare dei messaggi, e noi vogliamo principalmente sensibilizzare su questi argomenti, non istruire. Nello specifico, come il sottotitolo Humanities suggerisce, includiamo ogni sfumatura dell’essere umano, di uomini, donne, transgender, persone non binarie… attraverso loro parliamo di arte in maniera trasversale.

Il vostro è uno “spazio conquistato e non donato”… vi ritenete un bacino di accoglienza per gli artisti o uno spazio di riflessione per il pubblico?

Tutte e due. L’obiettivo è quello sia di dare spazio a artisti e artiste coinvolti sia essere un luogo di accoglienza e di incontro aperto a tutte le persone.

“spazi conquistati” perché, in un momento come questo, in cui circolano informazioni discordanti, abbiamo bisogno di creare i nostri spazi di auto-narrazione; spazi in cui realizzare un tipo di arte più aperta possibile e slegata dai vecchi preconcetti; non per indottrinare, istruire o fare una politica del gender, ma per rendere possibile il dialogo e il confronto.

Un dialogo che si ramifica in spettacoli e laboratori, con una forte presenza tecnologica…

Compito del Festival è sia alternare momenti di talk, per parlare di arte queer sia portare in scena delle tematiche specifiche, sperimentando diversi linguaggi, specialmente quelli legati alle nuove tecnologie. Non a caso all’interno di Estate Romana un focus importante è rivolto al Digital Humanities, che consiste nell’unire e contaminare l’arte con la tecnologia.

All’interno dei laboratori si parla proprio di come questi strumenti possano modificare la percezione della realtà, e combattere la paura verso tutto ciò che è nuovo; essendo gli stessi mezzi dove si creano movimenti di hate speech di fobia, difatti, è più semplice e utile utilizzarli per contrapporre love speech.

Una programmazione notturna, di cosa è simbolo la notte?

La notte è un momento di passaggio e trasformazione, in cui vivono i sogni, le illusioni e tutto ciò che può essere differente.

Notte è anche intrattenimento, ma il nostro non è un tipo d’intrattenimento fine a sé stesso: è un intrattenimento impegnato, con dei contenuti.

C’è ancora molto chiusura…Roma come reagisce al vostro lavoro? Che tipo di pubblico abbracciate?

Quello romano è un bellissimo pubblico, c’è una fetta di affezionati alla direzione artistica di Karma B e di Margò Paciotti, e una parte legata a Ondadurto, che ci ha seguito negli anni.

Ovviamente ci sono sempre delle eccezioni. Bisogna continuare a dialogare e a parlare anche per attirare persone curiose, che vogliono conoscere nuove tematiche, per creare nuovi confronti e nuovi dialoghi.

Per questo il Festival non avviene in un luogo ma in diversi contesti e spazi, così da attraversare i confini di un singolo territorio, passando da zone più accoglienti, legate a una movida più queer, a zone in cui queste tematiche non vengono affrontate.

Karma B, dal successo mediatico di Ciao Maschio, di nuovo nei panni di direttrici artistiche, la loro fresca popolarità influisce sul Festival?

L’influenza della notorietà sempre incide in maniera pratica sulle attività messe in campo. Il sodalizio tra Ondadurto e Karma b vuole unire due mondi, che già in precedenza si sono toccati, in un progetto specifico con una visione comune; ognuno di noi porta un bacino di utenti differente che si sta ritrovando in un territorio nuovo.

Ci piace molto lavorare insieme.

Queer Summer Festival incontra anche Immanuel Casto e Romina Falconi, che dialogo ci sarà?

Immanuel e Romina si mettono in gioco in un talk aperto con il pubblico, per discutere e dialogare su determinate tematiche e raccontare lo loro storia, anche se ormai sono personaggio noti a tutti. Sarà interessante.

Altri progetti in cantiere?

Il 25 settembre riprenderemo la progettualità, nel borgo laziale di Antrodoco, di un centro di residenza per artisti a livello internazionale.

In programma abbiamo anche l’ Internationales Frauen Theater Festival di Francoforte, dove porteremo Gender Games, una nostra produzione che vede in scena la partecipazione straordinaria della musicista H.E.R e Margò Paciotti: è un festival tutto al femminile, organizzato da donne, per un pubblico di donne, con tecnici donne, non è chiuso agli uomini ma è uno spazio dedicato, essendo a volte anche il mondo dell’arte molto discriminatorio.

A ottobre riprenderà anche la seconda edizione di R/esistenza Street Art Gallery, il nostro progetto di street art a Calcata, in cui ci sarà un’importante opera sulla Torre dell’orologio del Municipio.

Ondadurto ha sempre progetti in parallelo, è sempre in movimento.

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