Elektra di Pappano: capolavoro sinfonico

recensione di Emiliano Metalli

Manipolatrice, sinuosa e collerica, delicata e tragica, multidimensionale l’Elektra di Richard Strauss nelle mani sapienti e navigate di Antonio Pappano ha inaugurato la stagione sinfonica dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia in grande stile.

Non è un mistero che Pappano sia fra i direttori eccellenti dei nostri tempi, né che sappia mirabilmente accarezzare le arcate melodiche e i delicati meccanismi orchestrali di ogni compositore esaltandone da un lato la bellezza estetica, dall’altro l’incarnazione drammatica.

Elektra gli consente di esprimere anche quanto di più profondamente tellurico contenga la sua creatività al cospetto di questo oceano sinfonico. Un naufragio dolce, sì, ma espressionista più che mai. Dolce sul fronte della parola, nell’inarrivabile compostezza del libretto approntato dalla penna di Hugo von Hofmannsthal, ma espressionista per tutto quel che riguarda la composizione musicale. Alcuni passaggi degli archi cupi o stridenti (a seconda che siano di “sfondo” alle parole di Elektra o di Oreste, ad esempio), così come la reiterazione dell’accordo di “Agamennone” o gli stralci melodici affidati a oboe o clarinetto sono dettagli che Pappano mette in luce con equilibrio e senza mai perdere di vista la complessa organizzazione orchestrale, di cui Elektra rappresenta lo snodo nella carriera di Strauss. Elementi che si svilupperanno, poi, con esiti diversi negli anni a venire, forse più maturi e certamente più completi, ma che non riusciranno a tornare nei recessi profondi di questo corto circuito orchestrale: tragico, rapido e ineluttabile in ogni linea d’orchestra.

Ausrine Stundyte è un’interprete Elektr-izzante in scena. Per lei non esiste la dimensione del “concerto”, ma solo quella dell’azione: minimizza movimenti, gesti, frasi e ricrea così la sua protagonista. Una donna contemporanea, nipote dell’eroina tragica sofoclea, ma attraversata dai raggi della psicanalisi freudiana per cui ogni gesto è sintomatico di un passato da comprendere, recuperare e superare, così come ogni nota ne costituisce un frammento doloroso. La voce ne segue le intenzioni, piegandosi alla sua lettura, senza fallire nei momenti più importanti della scrittura musicale quando alla potenza dello strumento si associa anche l’idea di evoluzione emotiva. All’inizio la sua titubanza sembra trarre in inganno, come se l’interprete fosse cauta o di caratura troppo lirica per il personaggio. Ma alla fine si percepisce chiaramente il trucco, grazie all’arco evolutivo che l’artista lituana ha disteso di fronte ai nostri occhi: un’intuizione sincera, immediata che le restituisce una standing ovation senza mezze misure.

Altrettanto non si può affermare per Elisabet Strid, la cui Crisotemide era per lo più inquieta, senza riuscire a superare una rigidità che si affacciava, a tratti, nei gesti quanto nella voce. Al contrario, Petra Lang, che pure tratteggia una Clitennestra al limite dell’ipertradizionalismo, lascia un segno più distinto proprio per l’incisività disinibita. Entrambe però brillano meno della protagonista, restando comunque in secondo piano. Più interessanti i personaggi maschili: Neal Cooper si distingue nella breve parte di Egisto grazie a una vocalità squillante, ma mai fastidiosa, anzi persino più virile di quanto lo stesso Strauss abbia immaginato; egualmente accade per l’interpretazione di Kostas Smoriginas, che però accosta Oreste più a una statua di Fidia che a un acquerello di Kandinskij, laddove la fluidità della voce viene preferita a una costruzione psicologica del personaggio. Va detto, in sua difesa, che Strauss preferiva le voci femminili, cui associare una maggiore complessità espressiva e, quindi, più armi a disposizione.

Nonostante l’alto numero di interpreti in campo, con ruoli che per scrittura melodica meriterebbero una menzione, solo la prova delle ancelle Ariana Lucas e Monika-Evelin Liiv e di Leonardo Cortellazzi, nei panni di un giovane servo, sono superiori alla corretta esecuzione dei loro colleghi.

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