“Largo, largo a Mefistofele, al vostro re!”

2 Dicembre 2023

di Emiliano Metalli

Apertura di Stagione eccezionale per il Teatro dell’Opera di Roma che festeggia i suoi 143 anni di attività con un allestimento contemporaneo del Mefistofele di Arrigo Boito. Un titolo ormai raro che mancava a Roma dal 2010, pur avendo goduto di ampia fama nel secolo scorso.

L’opera, qui nella seconda versione approntata da Boito per il Teatro Comunale di Bologna nel 1875 a seguito dello scarso successo della prima scaligera del 1868, ha una scrittura complessa sia sul piano letterario sia su quello orchestrale.

Basandosi sulla storia dell’alchimista Faust, nella più famosa versione di Johann Wolfgang von Goethe, Boito dà vita a una serie di quadri, secondo uno schema efficace per la drammaturgia operistica, la cui maggiore complessità è un peso più a livello librettistico che musicale. La ricchezza e la varietà delle invenzioni ritmiche e poetiche creano tuttavia immagini che si uniscono alla scrittura musicale generando una originale versione italiana di quella Gesamtkunstwerk tanto perseguita da Wagner in poi.

A fronte di una tale struttura, non facile da contestualizzare nuovamente, la regia di Simon Stone non riesce a trovare la giusta dinamica per una trasposizione, che pure è tentata, in una contemporaneità asettica e inquietante. Parafrasando Mefistofele: “perdona se dicendo io corro rischio di buscar qualche fischio”, eppure la regia è l’anello debole di questo spettacolo.

Il palcoscenico è racchiuso in una grande scatola bianca, regolare e neutra. Al suo interno si sviluppano tutte le azioni cui fanno eco elementi scenici – tendenzialmente asettici anch’essi – ma declinati in base all’ambientazione.

Così la scena della Pasqua si trasforma in una specie di parco dei divertimenti in cui si aggira Mefistofele nei panni di un inquietante pagliaccio al posto del Frate grigio. Si propone alla mente un collegamento forse inopportuno: IT – Pennywise di Stephen King, un personaggio che, seppure iconograficamente interessante, non riesce a connettersi in maniera credibile alle azioni sceniche. Soprattutto in relazione al coro, mediamente statico e davvero poco considerato dalla regia.

Conseguentemente i due Sabba si riducono a tableaux rigidi, con pochi spunti dinamici: le luci cangianti in quello romantico, unica nota emotiva e unico momento in cui alla luce di James Farncombe è concessa una qualche valenza drammaturgica, e la violenza dei corpi insanguinati in quello classico, proposta efficace sebbene non particolarmente originale, considerando l’impiego plastico più che drammatico delle comparse. Stimola di più la curiosità l’idea di una trasposizione “televisiva” dei trascorsi di Margherita rinchiusa in carcere, nonostante la ripetitività e, per certi versi, la scarsa originalità della pantomima nello schermo.

Fin qui le scene, nonostante la macchinosità dei cambi, e i costumi di Mel Page svolgono correttamente la loro funzione, senza eccessi di inventiva: per il Sabba romantico, per esempio, si nota una certa somiglianza con alcune strutture della versione 2010 dello stesso titolo.

La regia, tuttavia, sembra oscillare fra due poli: mai completamente fuori fuoco, mai completamente a fuoco. Ai due estremi si stagliano la scena del quartetto, con un mare di inopportune e inutili palline colorate, e il finale, unico momento di equilibrio. Lo spazio freddo e distaccato si anima di vita, paradossalmente nel momento cruciale della morte, in vista di un altro universo, forse più reale di quello conosciuto.

Non è comunque sufficiente a salvare per intero lo spettacolo.

Contrariamente ai dubbi sulla regia, per la direzione è tutto molto chiaro. Il trionfatore della serata è Michele Mariotti, il cui gesto maturo riesce a tenere sotto controllo tutte le pagine della partitura, senza perdere mai smalto.

Grazie a una collaborazione proficua con le prime parti dell’Orchestra del Teatro dell’Opera, già in forma smagliante per nitidezza di timbri e risposta alle sollecitazioni del direttore stesso, egli trasferisce energia e nuova linfa in una composizione operistica di non facile esecuzione.

Magistrale l’accordo con il coro – e magistrale “voce divina” anche il coro stesso preparato dall’ottimo Ciro Visco – che a differenza della marginalità registica mantiene, nella esecuzione musicale, una centralità indiscussa, in particolare nella grande scena di apertura e nel suggestivo finale.

Il cast è di ottimo livello, anche nelle parti minori.

Spicca il Mefistofele di John Relyea che mette a disposizione del suo demonio instancabile una presenza scenica adeguata e una voce dal timbro cupo, sebbene non preziosissimo. La sua è probabilmente la prova più ardua, non solo perché la parte richiede maturità tecnica e un adeguato colore, ma soprattutto per la costante presenza in scena e i difficili passaggi ritmici di musica e testo.

Anche il Faust interpretato da Joshua Guerrero possiede numerosi punti di forza. Fra questi: una vocalità fresca, un fraseggio interessante, acuti brillanti e sicuri. Scenicamente non è smaliziato, ma forse l’idea registica del ruolo non lo aiuta. Migliora durante lo spettacolo ed esegue una scena finale molto intensa.

Maria Agresta nel doppio ruolo di Margherita ed Elena è davvero brava, sa dare a entrambi i personaggi atteggiamenti e attitudini diversi, tanto da essere quasi irriconoscibile nei panni di una in confronto all’altra. Anche la sua recitazione è credibilmente partecipe, ma sempre molto composta e vigile. Vocalmente trionfa nella scena del carcere, dove l’inizio del duetto e “Spunta l’aurora pallida” sono giocati su mezzevoci da brividi, forse più dell’aria che apre la scena, troppo famosa ed eseguita, ma proprio per questo più scontata.

Notevoli timbri e interpretazioni anche quelli di Sofia Koberidze, migliore come Pantalis rispetto a Marta, e Marco Miglietta, Wagner di gran lusso.

La platea gremita e i molti applausi sono garanzia di successo, nonostante i ragionevoli dubbi.

Teatro dell’Opera

Mefistofele

Musica di Arrigo Boito

Opera in un prologo, quattro atti e un epilogo

Libretto di Arrigo Boito dal Faust di Goethe

Prima rappresentazione assoluta Teatro alla Scala di Milano, 5 marzo 1868

Prima rappresentazione al Teatro Costanzi, 29 ottobre 1887

Direttore Michele Mariotti

Regia Simon Stone

MAESTRO DEL CORO Ciro Visco

SCENE E COSTUMI Mel Page

LUCI James Farncombe

PERSONAGGI E INTERPRETI PRINCIPALI

Mefistofele John Relyea

Faust Joshua Guerrero

Margherita / Elena Maria Agresta

Marta / Pantalis Sofia Koberidze

Wagner Marco Miglietta

Nereo Leonardo Trinciarelli

Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma con la partecipazione del Coro di Voci Bianche del Teatro dell’Opera di Roma

Nuovo allestimento Teatro dell’Opera di Roma in coproduzione con Teatro Real di Madrid

Foto di Fabrizio Sansoni – Teatro dell’Opera di Roma 2023

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