di E. Metalli
Non è la prima volta che il Teatro dell’Opera di Roma ospita questo titolo al confine fra musical e opera contemporanea, ma in precedenza si trattava di produzioni estere, mentre per il Caracalla Festival 2025 ha deciso di produrre l’allestimento di grande appeal firmato da Damiano Michieletto e diretto da Michele Mariotti.
Fa sorridere l’idea che per “contemporaneo” il pubblico percepisca uno spettacolo nato nel 1957… un po’ come accade per altri titoli operistici che pure hanno già compiuto un lungo viaggio produttivo: pensiamo a opere di Britten o Stravinsky che ancora oggi sembrano “scommesse” al botteghino e non dovrebbero esserlo.

Il grave problema della maggioranza del pubblico operistico italiano – e romano in particolare – è quello di essere profondamente ignorante e provinciale. Vale anche per parte della critica, ma questa è un’altra storia.
Questa porzione sostanziosa di pubblico vede quello che già conosce e non ha alcun interesse a informarsi o – meglio – formarsi. Spesso non sa neppure bene cosa andrà a vedere, commenta in maniera inopportuna le scelte registiche o musicali e (cosa peggiore di tutte!) si alza quando l’orchestra sta suonando le ultime note per correre a prendere un taxi o fare una cena tarda con gli amici ça va sans dire, dimentico del lavoro artistico a cui ha appena assistito.
Sembra che all’improvviso non si interessi più al palco – motivo per cui plausibilmente ha acquistato il biglietto consigliato da qualche amico melomane o appassionato – e l’unico suo scopo sia vincere la maratona di uscita dalla sala, in questo caso dalla cornice unica delle Terme di Caracalla, in mezzo a insulti e discussioni di ogni genere con chi, invece, preferisce restare e applaudire. Non credo ci sia una efficace cura per questa maleducazione culturale che si insinua sempre più nelle maglie della società.
Questo orrido carosello è avvenuto anche in occasione di West Side Story: peccato, perché gli artisti in scena meritano davvero apprezzamento, stima e sostegno!

Innanzitutto per la difficoltà – brillantemente superata – di trasformare un musical da teatro tradizionale in un allestimento all’aperto, in cui l’attenzione è inoltre catturata dalle rovine delle Terme sullo sfondo. Può sembrare banale, ma questa presenza rischia di essere una distrazione decisiva per il set, considerando la voluta assenza degli ambienti necessari a comprendere lo sviluppo della vicenda. Assenza più tecnica che concettuale: macchinari e quinte avrebbero richiesto più tempo scenico e molto più denaro, forse recuperabile per un long run show, ma non in questo caso. E poi lo scopo non è un revival (perché non siamo né a Broadway né nel West End), bensì un allestimento che guarda con maggiore attenzione alla tradizione operistica: da qui l’originalità creativa!

Infatti Damiano Michieletto, complice un vulcanico Paolo Fantin, riesce a dare vita a uno spazio che dialoga credibilmente con l’ambiente circostante, attraversato da un preciso e multidirezionale disegno luci di Alessandro Carletti che riesce a parcellizzare l’ampiezza del palco attraverso precise angolazioni luminose, piene di pathos e affini al mood dell’azione.
Tutto avviene in una enorme piscina abbandonata, molto simile al Kursaal che ognuno a Roma conosce, meraviglia architettonica creata dal binomio Lapadula-Nervi e simbolo della rinascita del dopoguerra e, ancor più, del boom economico, oggi infranto.

Dall’idea del sogno infranto, così, sembra sorgere anche lo spettacolo di Michieletto. Non il sogno romano – nel cui grande trampolino potrebbe ritrovarsi qualche eco lontana persino del miglior cinema italiano – bensì il sogno americano, che poi è quello originariamente proposto dal mitico creative team: Jerome Robbins, Arthur Laurents, Leonard Bernstein e Stephen Sondheim!
All’interno di questa piscina abbandonata si svolgono le risse, i balli, le scene d’amore e quelle di violenza. Tutto funziona bene, anche se alcune situazioni avrebbero giovato di uno spazio più raccolto. Ma sono davvero poche: il negozio e la stanza di Maria.
Per il resto il gioco dei piani verticali e prospettici, l’ingresso di oggetti/praticabili simbolici come il dollaro o la fiaccola, l’impiego di materiali di recupero, come i copertoni, ha saputo rendere sia il legame con il passato sia la prospettiva attuale. Lo stesso dialogo che si è integrato nei preziosi costumi di Carla Teti, resi esplosivi dalle disordinate (in senso positivo, sia chiaro!) e dirompenti coreografie di Sasha Riva e Simone Repele.

Alcuni attimi davvero indimenticabili – grazie al mix equilibrato fra le parti – sono stati The Dance at the Gym, Tonight (duetto e ripresa), America, The Rumble, e soprattutto Somewhere.
Il merito, più che in una produzione operistica, nasce dalla evidente intersezione di tutto il cast e il team creativo volti alla creazione di uno spettacolo dinamico, coinvolgente e rapido.

Michele Mariotti predilige una lettura “misurata” della partitura, senza lasciare libero sfogo all’elemento ritmico, che pure è presente e fondamentale nella scrittura. Si tratta di una scelta di campo, probabilmente, per dare alla sua interpretazione dell’opera un’uniformità più classica e meno dirompente che però funziona alla grande in Maria o I feel pretty e sicuramente in tutte le scene di amore e struggimento. È un’emotività più vicina a Romeo e Giulietta che alla New York degli anni ’50, ma non guasta. Anzi, completa armoniosamente il quadro proposto da Michieletto.

Sul numerosissimo cast spicca il Tony di Marek Zurowski, dalla voce virile, ma brillante di giovinezza e positività, che pure si distingue in scena con il suo aspetto rassicurante e una interpretazione misurata.

Accanto a lui Sofia Caselli è una Maria perfettamente a suo agio, spigliata e realistica. Anche lei gode di un timbro cristallino, ma meno accattivante, forse proprio per le caratteristiche tecniche di emissione di certi suoni acuti, belli ma un po’ troppo tesi. Per il resto, però, ha centrato il personaggio e ne ha reso con evidente struggimento l’evoluzione drammatica, come si evince dall’intensità del finale.

Sensuale e “latino” quanto basta il Bernardo di Sergio Giacomelli che fa il paio con Natascia Fonzetti, una Anita dirompente, più nella scena che nel timbro, ma forse perché siamo abituati a colori più ambrati. Eppure anche lei ha condotto a perfezione l’arco drammatico del personaggio, con una spigliatezza scenica, dinamica, vocale eccellente.
Molto interessante anche il Riff di Sam Brown: talento e interpretazione in equilibrio, non è da poco.

Nota di merito per il simpatico Krupke di Nico Di Crescenzo e per l’umanissimo Doc di Sebastian Gimelli che, pur essendo ancora giovane per il ruolo, riesce a trasferire tutta la disillusione di una generazione spaventata dalla rabbia giovanile.
Allora, come oggi, infatti, questo spettacolo pone l’accento sulla voglia di libertà della gioventù, ma anche sulla sua incoscienza, portando a una inevitabile riflessione (pessimistica) su molte dinamiche sociali purtroppo ancora attuali.

Caracalla Festival 2025
West Side Story
Basato su un’idea di Jerome Robbins
Libretto di Arthur Laurents
Musica di Leonard Bernstein
Versi di Stephen Sondheim
Originariamente diretto e coreografato da Jerome Robbins
DIRETTORE Michele Mariotti
REGIA Damiano Michieletto
Coreografie Sasha Riva e Simone Repele
Scene Paolo Fantin
Costumi Carla Teti
Luci Alessandro Carletti
Interpreti principali
Tony Marek Zurowski
Maria Sofia Caselli
Bernardo Sergio Giacomelli
Anita Natascia Fonzetti
Riff Sam Brown
Diesel Mark Biocca
A-Rab Michael Pagliaro
Mouthpiece Raffaele Rudilosso
Snowboy Lorenzo Longobardi
Tiger Angelo Fasan
Action Gianluca Cavallaro
Baby John Paky Vicenti
Big Deal Tiziano Edini
Gee-Tar Andrea Gorassini
Juano Matteo Passini
Louis Roberto Ediogu
Anxious Claudio Cangialosi
Toro Mattia Capuano
Indio Nicola Trazzi
Nibbles Angelo Di Figlia
Chino Felice Lungo
Pepe Jose Dominguez
Moose Matteo Ammoscato
A girl Sofia Barbashova
Anybodys Giorgia Ferrara
Schrank / Glad Hand Cristian Ruiz
Krupke Nico Di Crescenzo
Doc Sebastian Gimelli
Jets
Marianna Bonansone, Ginevra Grossi, Marta Melchiorre, Monica Ruggeri, Beatrice Sartori, Camilla Tappi
Sharks
Ilenia De Rosa, Erika Mariniello, Emily Riva, Giulia Rubino, Vittoria Sardo, Carolina Sisto
ORCHESTRA E CORPO DI BALLO DEL TEATRO DELL’OPERA DI ROMA
Nuovo allestimento Teatro dell’Opera di Roma
Foto di Fabrizio Sansoni per Teatro dell’Opera di Roma
