di E. Metalli
Il teatro dell’opera di Roma ha dato vita a un dittico insolito incrociando (letteralmente) La voix humaine, opera fra le più note di Francis Poulenc, su testo di Cocteau, con una composizione assai rara di Leoš Janáček: Il diario di uno scomparso (Zápisník zmizelého), eseguita nella lingua originale e non nella più diffusa traduzione in tedesco.

Nonostante di questo secondo titolo sia noto un solo allestimento scenico con pianoforte del 1926 e pochi altri nella versione per orchestra del 1943, non è scontata l’ipotesi che il compositore volesse realizzare un’opera da camera, poiché a ben vedere il susseguirsi dei ventidue numeri di cui è composta fa pensare più a uno sviluppo drammatico che a un ciclo liederistico per voci e pianoforte.

Considerando, inoltre, le sperimentazioni coeve della stagione operistica nella prima metà del Novecento, non stupisce l’idea di Andrea Bernard – al debutto al Teatro dell’Opera di Roma – di unire questo piccolo capolavoro miniaturistico, frutto di una riflessione matura, eppure ancora infuocata, sull’amore, la libertà e la società e lasciarlo dialogare con la quintessenza dell’operismo intimista francese sotto l’egida comune della solitudine.

A sottolineare l’isolamento dal resto del mondo aiutano le rigorose scene di Alberto Beltrame che danno corpo a una sorta di scatola magica, piena di scomparti pronti a nascondere la verità o a svelare i segreti delle vite dei rispettivi protagonisti: Yin e Yang dell’amore e del dolore, del libero arbitrio e del destino ineluttabile nello stesso tempo.

Il set è un albergo anonimo, sebbene ricco e probabilmente nordeuropeo o certamente non mediterraneo, immerso inoltre in una atmosfera invernale, come sembrerebbero suggerire le morbide luci di Marco Alba, assai attente all’atmosfera emotiva dei personaggi.

Le due stanze – differenti solo per alcuni dettagli cromatici – sono confinanti, come lascia intendere un sottile legame sonoro e musicale: il colpo sulla parete dato dal giovane per il volume troppo alto di una canzone di Edith Piaf che penetra dalla stanza accanto. La stessa canzone è poi ascoltata dalla protagonista della Voix humaine all’apertura del sipario.
La Piaf, con la malinconica tristezza di cui è intriso il suo timbro, diviene anello di congiunzione dei due esseri umani, costretti a vivere il distacco dalla società e, in qualche modo, la fine della propria esistenza per colpa di una relazione amorosa.

Bernard poi vivifica con una azione costante e con gli effetti di apparizioni e sparizioni tutto il racconto musicale, non lasciando mai un momento di sospensione.
La sua attenzione al dettaglio, al gesto minimale, al particolare di un accessorio diviene quasi un’ossessione e si trasmette sui due personaggi restituendone in qualche modo l’inquietudine e l’insofferenza.

L’asciuttezza dell’idea registica trova un suo corrispettivo musicale nella versione per piano solo scelta per entrambi i titoli: in un clima così intimo, in cui il pubblico sembra quasi accolto nella stanza d’hotel invece di essere in platea, il suono del pianoforte riesce a garantire l’espressione di tutti i dettagli emotivi solo attraverso la voce.

Anche se nelle mani di Donald Sulzen lo stesso pianoforte acquisisce tratti orchestrali, non tanto nei singoli timbri – forse distraenti – quanto nelle dinamiche, nei volumi e nella chiarezza del dialogo fra le parti, le voci, i fraseggi e le interpretazioni sceniche sono in questo modo più scoperti e posti sotto una lente che permette di gustarne ogni singolo dettaglio, nel bene e nel male.

Matthias Koziorowski delinea un giovane allucinato, goffo, spaventato con indubbio talento e riesce anche a districarsi assai bene fra le difficoltà di una scrittura per nulla semplice, creando momenti di rara delicatezza. Peccato che nel finale qualche disomogeneità timbrica abbia deviato una performance davvero sorprendente.

Al suo fianco brilla Veronica Simeoni che dimostra ogni sua dote nonostante la brevità della parte a lei assegnata. Abbigliata con un magnifico tubino rosso – merito di Elena Beccaro – e con un tacco vertiginoso, quasi a ricordo delle sue innumerevoli e meravigliose Carmen, Simeoni accarezza le frasi di Janáček con un timbro bronzeo e sensuale, dimostrando il carattere della zingara (qui più una prostituta, probabilmente) e la sua cifra seduttiva, senza mai scadere nei cliché, regalando al pubblico una interpretazione raffinata e accuratissima.
Meno bene si può dire delle tre voci femminili che, fuori scena, dovrebbero fare eco al suo canto erotico, senza reggerne il confronto.

Più che superba, infine, Anna Caterina Antonacci che del suo personaggio conosce a memoria non solo le virgole, ma persino i respiri, come si intuisce da ogni gesto.
Del suo timbro unico, della sua innata dote tragica, della sua inarrivabile perizia scenica molto è stato scritto e non sarà mai abbastanza. La musica francese, inoltre, si conferma ancora una volta il suo terreno d’elezione e lo ha dimostrato raggiungendo vette emotive cui solo le dive riescono ad arrivare.







A fronte di tanto impegno e dell’indiscusso talento dimostrato, il pubblico risponde con applausi sì calorosi, ma senza gli entusiasmi che lo spettacolo e gli artisti meriterebbero.
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Teatro dell’Opera di Roma
18-24 ottobre 2025
Il diario di uno scomparso /La voix humaine
Regia Andrea Bernard
Scene Alberto Beltrame
Costumi Elena Beccaro
Luci Marco Alba
Piano Donald Sulzen
IL DIARIO DI UNO SCOMPARSO (Zápisník zmizelého)
Musica Leoš Janáček
per contralto, tenore, tre voci femminili e pianoforte, V/12
Libretto di Josef Kalda
Tenore Matthias Koziorowski
Mezzo soprano Veronica Simeoni
LA VOIX HUMAINE (La voce umana)
Musica Francis Poulenc
Tragedia lirica in un atto
Libretto di Jean Cocteau
Una donna Anna Caterina Antonacci
Nuovo allestimento Teatro dell’Opera di Roma
