La via della normalità è Bambola

Gianni De Feo in "Bambola- La strada di Nicola" - ph. Manuela Giusto

All’Off/Off Theatre Gianni De Feo incanta e seduce con “Bambola – La strada di Nicola”, un testo di Paolo Vanacore.

Il nostro è un paese in cui, per quanto si cerchi di rinnovare il sentire comune, alcune cose rimangono sempre, inesorabilmente, uguali. In questi tempi apparentemente libertari, sembrano celarsi degli sconvolgimenti politici di lunga durata e dalle tendenze, più o meno velatamente, autoritarie, tanto che appare doveroso chiedersi fino a che punto il nostro paese sia davvero disposto a cambiare e, soprattutto, quanto rapidamente. Si dice, d’altra parte, che le diete drastiche, che promettono un rinnovamento rapido della propria immagine, non siano altro che degli stratagemmi destinati a uno stile di vita malsano e dalle conseguenze nefaste per l’organismo.

I programmi televisivi più tradizionalisti cercano di stare al passo con i tempi, così accade che le polemiche promosse dai nuovi moti femministi diventino questioni discusse nei più rilevanti centri accademici italiani, che ciò che prima era negato e definito ‘contro natura’, ad esempio che un uomo vestisse abiti femminili (o viceversa), adesso sia celebrato e riconosciuto come una grande innovazione, degna di calcare i più prestigiosi palcoscenici del paese. E nondimeno, un dubbio rimane. Resta da chiarire se, tuttavia, in tutto questo modernismo si stiano davvero difendendo coloro che aspirano a vivere serenamente la propria esistenza, in uno stato di diritto che ne legittimi e tuteli le richieste e le aspirazioni – cosa che, nei fatti, il fallimento del Ddl Zan sembra smentire – oppure se, semplicemente, non si stia spettacolarizzando il concetto di ‘diveristà’ a scopo di lucro.

La radicalità non è mai una forma di insensibilità e, sebbene i tempi stiano indubbiamente cambiando, mi pare di una certa urgenza domandarsi come mai un autore come Vanacore e un attore come De Feo sentano ancora il bisogno di raccontare la storia di chi, nonostante tutto, si è sentito in qualche modo costretto a seguire, a ogni costo, ‘la via della normalità’.

Gianni De Feo – ph. di Manuela Giusto

Il testo di Vanacore è una confessione lirica, alle volte, sussurrata a mezza bocca quasi fosse un segreto inconfessabile, più spesso cantante per gioia o per dolore, a cui la mimica e la potenza scenica di Gianni De Feo non solo rendono giustizia, ma aggiungono una certa cifra personale propria dell’attore. Ritroviamo qui, nel dialogo intimo di un’allucinazione più che mai lucida, il senso di un rimpianto raccontato, tuttavia, senza la benché minima ombra di rancore. Ciò che sarebbe potuto essere e che, invece, non è stato, ciò che Nicola facendosi Bambola sarebbe potuto diventare, in teatro diventa qualcosa che è lecito sognare a occhi aperti.

La finzione diviene superficie riflettente di un’esistenza alternativa, grazie anche a quel gusto tipicamente francese, che anima il teatro di De Feo e che, pur nella sua estrema malinconia, trova sempre un risvolto ironico, paradossale e affascinante. E, in fondo, è proprio questo a fare da trait d’union tra lo stile di De Feo e quello di Vanacore. Allo stesso modo in cui musiche, costumi e scene costituiscono un tutt’uno coerente e intrigante con il lavoro attoriale, sancendo ancora una volta il sodalizio ininterrotto tra Rinaldi e De Feo, che abbiamo raccontato nella doppia intervista Dalle cose alle parole.

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