De Feo incanta con la poesia dell’anima e ci fa scoprire James Hillman

9 Febbraio 2023

Una presenza invisibile, un po’ naturale un po’ sovrannaturale. Il daimon è quell’essenza, quella poetica che guida e dà un senso a pensieri e azioni, propulsore della missione di ciascuna anima. James Hillman, psicanalista epigono di Jung, fece il suo incontro con il daimon appena ragazzino, attraverso l’incontro, nella sua Atlantic City, con un suo coetaneo che aveva negli occhi una luce diversa. Quegli episodi che succedono e, click, accendono la lampadina.

Da quel momento tutto trovò un senso, e per Hillman iniziò un percorso di analisi e ricerca sulla mente umana che lo portò a conclusioni distanti dal pensiero dominante. Tra i suoi commentatori, c’è chi lo ha definito uno psicologo indipendente, chi un mago, chi un visionario, chi un maniaco e chi, persino, un Re-filosofo contemporaneo. La sua indagine ha dei punti di contatto con il più selvaggio tra gli artisti romantici, John Keats, per il concetto della poesia intesa come “fare anima”, come sforzo nella comprensione di sé stessi volto ad acquisire una propria identità e, in scia, una collocazione distintiva nel mondo.

Paolo Vanacore, penna acuta e sopraffina, anche questa volta ha fatto centro. Consegnando a Gianni De Feo le basi per un lavoro teatrale dalle note colorate, ampie e profonde. De Feo ha risposto presente, con una performance da attore e regista di alto livello. Lo spettacolo, “Daimon – L’ultimo canto di John Keats”, produzione Ipazia, ha trovato come luogo di esibizione il Teatro Lo Spazio, Off tra i più interessanti a Roma. Quattro serate, dal 2 al 5 febbraio. Platea riempita fino all’ultima sedia. Pubblico entusiasta, a cominciare dalla costruzione scenica dominata, sul fondo, dalle tele di Roberto Rinaldi. E poi le musiche, arrangiate da Alessandro Panatteri, a dar voce al daimon del protagonista, personalizzando le strofe di Franco Battiato e Giuni Russo che De Feo pennella con passaggi da brividi. C’è anche la voce di un fuoriclasse, Leo Gullotta, a dar tono a brevi passaggi lirici di Keats.

Il monologo abbraccia ampi territori espressivi. De Feo ondeggia, con le mani, con tutto il corpo. Danza elegante e leggiadro, con il suo invidiabile vocalismo trasferisce al pubblico emozioni di vario colore. Dal palco trasferisce, con quel trasporto totale che riesce ai grandi attori, una sorta di trans performativa che rimanda dritto a Keats, alla ricerca della poetica della bellezza.

Sembra di rivivere la sorpresa di Hillman, sulle spiagge americane. E pare davvero di camminare insieme a lui, sul Lungotevere, in direzione di quel Cimitero Acattolico dove Keats oggi riposa, insieme a Shelley. Una passeggiata accompagnata dai sospiri di un freddo vento autunnale, che rimandano per rimbalzo all’infanzia di Hillman e, nel contempo, idealmente avvicina il daimon dello scienziato, e di De Feo, al daimon del talento britannico. Una sensazione di compiutezza e di coinvolgimento nell’affaire vita, che solo la scoperta consapevole della vocazione può garantire. Visione delle parole, immagine del significato.

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