“Sogno (ma forse no)”, funziona il Pirandello in versione scanzonata

10 Marzo 2023

E’ senza dubbio uno dei testi più originali e controversi della produzione di Luigi Pirandello. “Sogno (ma forse no)”, commedia in atto unico, fu scritta a cavallo tra il 1928 e il 1929. Rappresentata per la prima volta in assoluto nel 1931, a Lisbona, solo nel 1937 arrivò in Italia, a Genova. Troppo tardi perchè il drammaturgo potesse assistere in vita all’interpretazione del suo “Sogno”. Di fatto un luogo, immaginario, in cui chi scrive proietta le ossessioni, le paure, le angosce di un uomo e di una donna, anime oppresse dal perbenismo di facciata. Oppure, se si vuole, un delirio della coscienza che diventa recinto di quel che non si può dire, per rispetto delle convenzioni e della morale comune. Nell’aria, inevitabile, si genera una corrente che scatena tempesta. Un uragano che si presterebbe a naturali elucubrazioni intellettuali, a moralismi e dita puntate. Viàtico di reazioni dirompenti.

Per fortuna, però, la Compagnia 2giga s’è ben vista dal cadere nel trito e buio clichè, ed ha invece confezionato per il Teatro Le Maschere, a Roma, una lettura del Sogno giocosa, scanzonata, surreale nell’accezione più onirica del termine. Gli attori Gigi Palla e Gabriella Praticò incarnano l’essenza dell’old school, così vestiti e truccati sembrano usciti proprio dal periodo storico in cui la commedia venne data alle stampe. Interpreti che abbinano al teatro della parola una forte gestualità, con sconfinamenti nel mimo e ammiccamenti al cinema muto che tanto hanno divertito il pubblico romano nelle serate del 18 e 19 febbraio. Uno spettacolo, diretto da Alejandra Gomez, contraddistinto da espressività e leggerezza, condita dall’assurdo e da sapienti giochi di luce. I colori, nei loro gradienti, nei contrasti tra i gialli del giorno e i blu crepuscolari, amplificano la dimensione del distacco dalla realtà.

La coppia, nell’indagare “le colpe di chi per aver agito come”, nell’abitare il palco con furbizia, scaltrezza e l’arte della menzogna, viene presentata da corpose didascalie di una voce narrante che appunto è l’autore. Ogni parola, ogni movimento, determina una reazione, fino al disvelamento finale. Una chiusura ad effetto, al pari di una costruzione scenica che peraltro ben si incastona tra le pareti di legno del Teatro Le Maschere. Un gioiello ai bordi di Trastevere che nelle due repliche del Sogno ha letteralmente sospeso i presenti dai pensieri del reale. Missione dunque compiuta.

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