Le belle addormentate e il sogno dell’amore nel Salento che fu

11 Marzo 2023

Uno spettacolo recitato integralmente in un idioma specifico delle Puglie, la lingua del nord salentino.
“Dreams – Le belle addormentate” ha un ponte diretto con le origini di Giuseppe Convertini, autore e regista di questa favola nera proposta al pubblico del Teatro Le Maschere di Roma il 24 e 25 febbraio. Un lavoro che mischia, da un parte, i ricordi famigliari dell’infanzia di Convertini – gli anni ’50 e ’60 – e dall’altra, la tradizione fiabesca dei “Lu cuntu de li cunti” napoletani. E poi, qualche anno fa, capitò un evento determinante. Una mostra, la personale di Pasquale Nero Galante, salentino anche lui di Carovigno, che nel 2016 portò a Roma, alla Galleria Curva Pura, una personale dal titolo “Vieneme ‘Nzuonno – Scètame”. Una carrellata di donne dipinte, in spazi chiusi, nel riserbo del loro pudore. Ad ogni opera l’artista aveva abbinato il titolo di una canzone partenopea, con riferimenti ricorrenti alle dinamiche del dormire e del sogno.

Convertini, che vide la mostra, ne rimase tanto colpito al punto di chiedere e ottenere, da Galante, un’intervista. Fu in quel frangente che nacque l’embrione di Dreams. Spettacolo che nella sua costruzione scenica mischia diversi linguaggi e strumenti di comunicazione: ci sono gli audio in sottofondo di Galante, le sue opere ingigantite e in dissolvenza a introdurre e chiudere i capitoli della drammaturgia. E poi cornici costellate di luci, una stanza al centro dove la “bella addormentata” Mimina dorme, sogna, si risveglia, si rifugia. Attraversando le fasi dell’innamoramento, della delusione, della disillusione. Ai lati di Mimina, le amiche Concetta e Rosaria, anche loro zitelle, anche loro immerse nel confort del sogno. Vivono, tutte e tre, distanti e tanto dalla realtà, dentro bolle di vetro che sembrano appagarle. Ma non hanno fatto i conti con lo scuotimento che genera l’amore. Arriva un uomo, a scombussolare il loro idillio, e nulla tornerà come prima. Tranne il rifugio nel sogno.

Lo spettacolo è vivo e brioso, immaginifico e nella sua poetica mischia immagine, parola e canzone. Emana il calore e le ancestrali tradizioni del Sud, nel colorito dei dialoghi e nelle movenze fortemente espressive delle interpreti. Dai loro occhi, e dalle loro bocche emanano curiosità represse e i limiti di una chiusura inconsapevole degli animi che è sì purezza ma anche lo scotto negativo di certe comunità rurali, immobili da sempre.
Sembra di osservarle appoggiati su un muretto di pietre a secco, le bravissime Caterina Carlucci, Rebecca Minafra, Maria Pagliara. Belle addormentate, che oggi non esistono forse più. Il che forse, verrebbe da dire, non è un male. Adieu, platonico amore.

La citazione conclusiva è per la voce del bambino, proposta da Edoardo Monti Buzzetti Colella, e per le maestranze tecniche: gli assistenti alla regia Umberto Antelmi e Leonardo Settimelli.

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