Al Teatro Vascello per Le cinque rose di Jennifer di Annibale Ruccello

19 Aprile 2023

recensione di E. Metalli

La scena di Lucia Imperato è un grande cratere di pietra lavica, nera e porosa, metafora del Vesuvio o simbolo della stessa Napoli, misteriosa e sotterranea come le sue tradizioni. Sulla superficie vomitata dal vulcano si staglia il Kitsch – ricercato, non certo causale – della mobilia rossa, mix di oggetti d’uso comune e trovarobato d’operetta. Un tavolo, due sedie, una toilette, un baule, un improbabile divano in velluto fin de siècle sembrano finiti, quasi per caso, nella casa di un travestito napoletano degli anni ’80 di nome Jennifer.

Gli abiti di Chiara Aversano, volutamente eccessivi e dozzinali, sono ovunque, mescolati ai piatti e ai bicchieri di plastica, alle rose – il cui valore simbolico qui sembra relativo, poiché tutto si fa “rosa” – ai trucchi, alle parrucche, in una sorta di oggettivazione caotica della mente instabile della protagonista.

Fuori dallo spazio circolare solo due elementi: la radio e Anna, e pochi oggetti di scena anonimi, nascosti dalla luce, per nulla appariscenti come lo sono invece gli altri bene in vista.

O meglio un attore che potrebbe essere Anna, ma che è anche specchio di Jennifer: una suggestione suggerita troppe volte perché non sia voluta.

Se nei momenti di incontro fra i due (Anna e Jennifer) avviene uno sdoppiamento inevitabile che, in qualche modo, è insito nel testo, per il resto l’Anna-specchio-di-Jennifer vaga attorno alla scena, sistemando, rassettando o semplicemente esprimendo con i gesti quanto la Jennifer-protagonista non può, non sa o non vuole esprimere.

A conti fatti, dunque, fra teatro tradizionale, artigianale quasi, e teatro d’avanguardia (e qui si aprirebbe una parentesi enorme che è meglio mantenere ben chiusa) sta in equilibrio questa Jennifer di Annibale Ruccello, nella lettura che sembra offrirne la regia spigliata e chiara di Gabriele Russo.

Lo supportano in questa versione ibrida fra i due universi sia il multiforme disegno luci di Salvatore Palladino sia l’inquietante progetto sonoro di Alessio Foglia che forniscono lo scheletro a quel mondo reale esterno allo spazio di Jennifer, attraverso passaggi graduali di cromie notturne e sonorità silenziose.

Si insinua, in questi silenzi o nel buio improvviso, una inquietudine profonda e il dubbio che, sotto la superficie di comicità macchiettistica di alcuni passaggi, l’autore in primis e il regista poi vogliano raccontarci di una mente perduta in sé, spezzata mille volte, ora agli sgoccioli di una insopportabile solitudine.

Infatti, a dispetto delle risate che qualche battuta si tira dietro, Jennifer è una creatura terribilmente tragica e contemporanea: l’isolamento e il forzato distacco emotivo-sentimentale da cui è sopraffatta la rendono vittima di se stessa. Il suo delirio può essere letto in modi diversi, rivelandosi pur sempre vero.

In chiave naturalistica, in cui tutto è reale e contemporaneo: Anna, il cibo, le chiacchiere, la linea telefonica in tilt, l’attesa di Franco e la sua presunta relazione, romanticamente elevata da sveltina notturna in rapporto di coppia. Funziona e lascia ampio spazio al comico di maniera: il travestimento è spesso fonte di riso per il contrasto fra contenuto e forma. Un contrasto che qui diventa drammaturgia, però.

Oppure in chiave onirica, allora tutto è frammento di vita vissuta e “in quel momento” ricordata, come avviene in alcune pellicole di Almodovar.

Quindi la realtà esiste o è esistita così come viene narrata, ma in altro tempo e, forse, Jennifer non vi è più nemmeno immersa. O magari lo è, ma in una visione distorta e reiterata.

Il tempo scenico infatti è spesso interrotto da brevi sequenze mute, al rallentatore, esterne, in qualche modo, allo spazio domestico della protagonista. Questi scarti spazio-temporali danno allora l’impressione di una azione filtrata da un obiettivo diverso da quello dell’autore e della protagonista, come si trattasse di una coscienza esterna.

Oppure in chiave tragico-nichilista: a morte già avvenuta, la mente di Jennifer produce negli ultimi istanti una caotica sequenza di brevi ricordi, episodici, grotteschi e assurdi, che si estendono per un tempo-non-tempo, in un luogo-non-luogo, e poi lasciano spazio solo al nulla. Solo alle rose sulla lapide di pietra nera.

Al centro di questo tornado emotivo spicca la bellezza virile della Jennifer di Daniele Russo, sensuale e fragile, a tratti spaventosamente divertente, a tratti brutalmente sofferente. Un interprete sempre fedele al personaggio, mai fine a se stesso e al narcisismo d’attore in cui spesso si può cadere in ruoli simili.

Accanto a lui Sergio Del Prete, spalla sorridente dal tempismo perfetto, che incarna con talento i due alter ego della protagonista, senza soluzione di continuità.

Grazie al Teatro Vascello che accoglie questa produzione, fra le altre meraviglie della sua stagione. Sono rose che, a distanza di più di quarant’anni, forse avrebbe apprezzato lo stesso Ruccello per la sottile ed efficace azione creativa dimostrata dalla progettualità registica, senza intaccare la tradizione testuale e interpretativa.

Teatro Vascello

Le cinque rose di Jennifer

di Annibale Ruccello

regia Gabriele Russo

con Daniele Russo e Sergio Del Prete

scene Lucia Imperato

costumi Chiara Aversano

disegno luci Salvatore Palladino

progetto sonoro Alessio Foglia

produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini

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