“BarattoCult”: il festival del baratto culturale dal 7 all’11 febbraio ad Apecchio

7 Febbraio 2024

Nell’ambito culturale italiano sono molte le iniziative che nascono per tutto il paese con l’obiettivo di connettere le persone tra di loro, con il posto in cui abitano, e con diverse esperienze in grado di aprire la mente. Tra queste va menzionato il “BarattoCult”, il festival del baratto culturale che quest’anno si svolgerà dal 7 all’11 febbraio al Palazzo Ubaldini di Apecchio, un borgo in provincia di Pesaro-Urbino.

La fonte di ispirazione è il “baratto culturale”: un interscambio attraverso performance che coinvolgono la comunità e realtà artistiche differenti, che è stato realizzato per la prima volta dal regista Eugenio Barba e dalla sua compagnia, Odin Teatret, nel 1974 in piccoli borghi del Salento.

L’evento, organizzato dal Teatro Le Ombre, ha l’obiettivo di valorizzare e diffondere il patrimonio culturale del borgo di Apecchio con lo scambio tra varie arti quali il teatro, la musica, la danza e le arti visive e anche con lo scambio tra generazioni, coinvolgendo adolescenti, adulti e anziani. La direzione artistica è stata affidata al Maestro Carlo Boso, regista, autore e attore teatrale nonché creatore e direttore dell’Académie Internationale des Arts du Spectacle a Versailles, diplomatosi alla scuola d’arte drammatica Piccolo Teatro di Milano è un esperto della Commedia dell’Arte. In quest’occasione coordinerà gli artisti professionisti – che avranno il ruolo di educatori artistici – gli allievi delle scuole partecipanti e il baratto culturale. Mentre la ricerca storica e artistica sulla Valle della Carda e dintorni è stata curata dal drammaturgo Aureliano Delisi. Un festival che, in realtà, ha avuto il suo inizio già lo scorso novembre con la prima data della residenza in cui questi artisti hanno avuto modo di conoscere le varie Associazioni del territorio e i cittadini del borgo, i quali hanno portato loro varie testimonianze della cultura locale e aneddoti sulle persone e sul territorio della Carda. La residenza con il baratto culturale proseguirà con i giovani artisti a febbraio.

Noi di Banquo Magazine, in occasione dell’inizio del festival, abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Gigliola Tagliaferri –presidente e direttrice artistica del Teatro Le Ombre e organizzatrice di “BarattoCult” – che ci ha detto di più su questo evento.

Come nasce questo festival? Qual è il valore che la “residenza” di Carlo Boso apporterà all’evento?

«L’idea nasce come Teatro Le Ombre, noi abbiamo una scuola di teatro per ragazzi e adulti, e da 3/4 anni cerchiamo di sperimentare come il teatro possa incrociarsi con altre arti; non ci sono corsi specifici di danza e di musica per intenderci però cerchiamo comunque, all’interno dell’attività principale che è quella del teatro, di provare a incastrarla con altre arti sia performative, come la danza e la musica, che visive. Perché il teatro in qualche modo è un linguaggio universale che va a cogliere dalle altre arti. E abbiamo visto che questa sperimentazione che facciamo con gli allievi di tutte le fasce di età funziona molto; sia nella crescita sia poi anche nello spettacolo finale. Il nostro modo è sempre quello educativo di approccio al teatro però tutto ciò dà un valore aggiunto. E negli anni, attraverso più che altro delle letture, mi sono avvicinata al teatro di Eugenio Barba e alla sua esperienza in piccoli borghi del salentino, dove realizzava queste residenze artistiche e si incrociava con la cultura locale creando una sorta di scambio. Tra l’altro anche Barba lavora con tantissime arti che inserisce nei suoi spettacoli, incrociandole anche con le arti locali e poi da questi piccoli borghi ha viaggiato in tutto il mondo e ne ha fatto una particolarità del suo teatro. Di conseguenza ci è venuta l’idea di sperimentare questa cosa nel borgo di Apecchio, con il cui comune abbiamo instaurato da un po’ di tempo una collaborazione. Abbiamo potuto cogliere una parte della Valle della Carda, dove abbiamo scoperto che c’è una storia risalente più o meno all’epoca pagana, ci sono ruderi di un antico castello e leggendo delle cose sono venute fuori delle storie molto belle, che incrociano storia e mito. Quindi da lì, con il comune, è nata l’idea di riprendere questo incrocio delle arti, dove il teatro fa un po’ da guida, e di metterla a disposizione di una riscoperta della storia locale in un modo diverso dalla solita conferenza o convegno. Per quanto riguarda Boso, in questi anni e in varie occasioni ho collaborato con lui e ci ho fatto anche dei seminari e ho pensato potesse essere proprio la figura più adatta, poiché poi è chiaro che in un progetto del genere non serve solo un bravo artista ma serve qualcuno che abbia voglia di mettersi in gioco: perché da un lato non lavorerà con artisti professionisti, dato che i ragazzi della residenza sono ragazzi delle scuole, quindi serve pazienza e predisposizione e dall’altro qualcuno che abbia comunque voglia di scavare nella storia locale, di rapportarsi con la cultura locale e con le associazioni locali e avendo conosciuto Boso e tutto il suo lavoro, anche storico che fa sulla commedia dell’arte – viene chiamato un po’ in tutta Europa anche nei periodi di carnevale per riscoprire i carnevali storici – un lavoro che va in profondità, che incrocia teatro e storia, proprio per questo mi sembrava la persona e l’artista più adatto per il ruolo di direttore artistico».

Secondo lei un’iniziativa del genere può riuscire a espandersi in tutto il territorio italiano, soprattutto nei piccoli borghi, più di quanto già non succede?

«Noi ce lo auguriamo che in qualche modo possa essere, sempre che non venga già fatto ma non lo so, un’apripista, sarebbe sicuramente interessante, lo dimostra anche il lavoro con i ragazzi delle scuole, i quali vengono con un PCTO (abbreviazione di Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento ovvero ex alternanza scuola-lavoro, sono dei percorsi formativi di alternanza utili a orientare gli studenti dell’ultimo triennio delle scuole superiori al mondo del lavoro, al proseguimento degli studi e a sviluppare competenze trasversali) e riconoscono il valore del progetto. Quando lavori con ragazzi così giovani però non tirerai fuori la produzione teatrale per intenderci, ma sicuramente da un punto di vista educativo lasci un seme importante che a sua volta si può espandere ad altri. Tant’è che questo sicuramente è un primo seme, infatti, stiamo già lavorando alla versione estiva, perché abbiamo vinto il bando nazionale con il Creative Living Lab e avremo modo di dargli un respiro ancora più ampio. Mi auguro quindi che si possa replicare».

Come diceva verranno coinvolti adolescenti ma anche adulti e anziani. Per lei perché è importante fare in modo che esistano questi incontri generazionali, questo dialogo continuo tra più giovani e più anziani?

«Si, il dialogo è fondamentale perché ognuno può arricchire l’altro. Magari può sembrare un po’ un modo di dire classico quello di togliere le barriere tra le generazioni però fondamentalmente è quello, c’è tanta ricchezza che chi ha esperienza può lasciare nei ragazzi e viceversa la freschezza dei ragazzi, la spontaneità, il vivere le cose di impulso, possono dare un’aria nuova. Io ho letto ad esempio, su questo pezzo di storia che faremo rivivere, diversi libri realizzati da storici locali, che tra l’altro andremo anche a incontrare in questi giorni. Però quello che resta chiuso tra persone del luogo appassionate, rimane un po’ tra di noi invece i giovani, se vogliamo anche attraverso i social e le loro tecnologie, possono portare queste storie fuori».

Per concludere volevo chiederle, chi assisterà cosa deve aspettarsi? Oltre a questo incontro, a questo dialogo, c’è qualche altro tipo di messaggio che vorreste trasmettere?

«A cosa si assisterà, questa è una bella domanda. Volevo inoltre fare presente che con noi ha lavorato Aureliano Delisi, il nostro drammaturgo, che si è diplomato alla Paolo Grassi alcuni anni fa. Ha lavorato molto in questi mesi portando materiale proveniente da incontri con diverse associazioni del territorio che ha intervistato, con le quali ha passato del tempo, e di cui ha scritto, e da lì provengono i materiali sui quali Carlo ha costruito gli scenari per i ragazzi e poi insieme hanno deciso quattro periodi storici, quattro argomenti chiamiamoli così. Penso quindi che i ragazzi verranno suddivisi in quattro scenari, tempo permettendo vorremmo utilizzare le vie del borgo altrimenti staremo all’interno del teatro. Come messaggio noi ci auguriamo uno scambio. Quello che vorremmo – però non possiamo deciderlo noi – è evitare che sia il classico spettacolo con la gente che viene a vedere e basta. Anche in questi giorni che siamo lì in residenza, si cercherà di continuare questa interazione e questo scambio e speriamo ci sia anche domenica. Inoltre, avremo un’associazione che fa il folklore con i balli e un’altra che fa costumi, che credo ci presterà qualcosa. Vorrei che si eviti il classico “sono pubblico e guardo”, molti verranno così però ci auguriamo anche che qualcuno in questa sorta di baratto, di scambio, continui a portare testimonianze».

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