INTERVISTA a Veronica Raimo: “Nel paradosso cerco la chiave per deformare il presente”

21 Maggio 2024

ROBERTO BRANCOLINI / IPA-AGENCY.NET


Veronica Raimo, da poco inserita nella prestigiosissima short-list dei 13 titoli candidati all’International Booker Prize 2024, sta girando l’Europa con il suo “Niente di vero” (Einaudi 2021). Ovunque il successo è garantito, le presentazioni affollate e i riscontri entusiastici.

Lo scorso autunno è uscita sempre per Einaudi “La vita è breve, eccetera“, una raccolta di undici racconti scritti tra il 2008 e il 2023 che regala altri guizzi dell’irresistibile vena graffiante e disillusa dell’autrice.

Durante la presentazione al Circolo dei Lettori di Torino lo scorso ottobre hai spiegato come a un certo punto la tua scelta di scrivere in prima persona (da Niente di vero alla gran parte dei racconti presenti nella raccolta) sia stata una necessità, e come rifletta una tua progressiva incapacità di credere nel potere del Romanzo in terza persona come entità salvifica, quasi pedagogica cui affidarsi. Puoi spiegare cosa ha scatenato in te questa crisi? C’è un momento in particolare?

No, in realtà non ho mai attribuito una valenza salvifica o pedagogica al romanzo, quello che per me è cambiato è un po’ la mia capacità di sentirmi coinvolta in una narrazione con un chiaro narratore esterno e onnisciente, e non so dire bene perché, ma ho cominciato a sentirci una certa distanza storica forse, come se fosse uno strumento non più adeguato. Quindi è come se avvertissi il bisogno di una sua messa in crisi e di una sua eventuale reinvenzione, ma per il momento non mi sento esattamente in grado di capire come possa avvenire questo processo. 

È un processo irreversibile? Escludi insomma di riutilizzare un giorno la terza persona?

Non c’è niente di irreversibile a parte la morte, per fortuna, quindi non ne ho idea, ma diciamo che ho lo stesso tipo di incertezza rispetto a tutto, per dire: sarò mai in grado di scrivere un altro romanzo in generale? Ecco convivo tutti i giorni con questo genere di quesiti, ma voglio illudermi che sia un bene, che se avessi una risposta certa, perderei proprio interesse nella scrittura in sé.  

Il grottesco e il paradossale, che sono ormai riconosciute all’unanimità come tue cifre stilistiche e che ovviamente ricorrono molto in “La vita è breve, eccetera” sono il tuo personale amuleto contro il rischio dell’assertività in letteratura come nella vita?

Forse sì, comunque sono dei codici che mi servono per snaturare in qualche modo una lettura del presente, provare a deformare certi automatismi, trovare una chiave di ingresso diversa. Per esempio, nel punto più alto di un momento drammatico, mi interessa il potenziale lato parodico della questione. 

Leggendo “La vita è breve, eccetera” mi è parso che il sentimento predominante sia in realtà la nostalgia. Condividi? E il miracolo di questo libro è proprio che la tua scrittura  sfronda la realtà di ogni artificio e ridondanza, ma nel farlo sa essere tremendamente dolente. Ci sono come dei lampi di dolore che spuntano in mezzo all’irriverenza e che fulminano proprio perché è difficile nobilitare la nostalgia e la perdita senza essere didascalici. Penso a “Canicola privata”, “Il dono” e “Presenza” in particolare…

Sì, la nostalgia è sicuramente un sentimento prevalente, anche a dispetto di me stessa, mi sono resa conto che in tutti i racconti alla fine il rimpianto innesca qualcosa, come se fosse una forza che tiene ancorati alla vita, insomma finché si rimpiange qualcosa, in fondo paradossalmente ha senso vivere. Poi è presente anche una sorta di meta-nostalgia in alcuni casi, quasi fosse esistito un tempo in cui la nostalgia era più splendida e potente di quella attuale. 

In “Presenza”, il racconto struggente che chiude la raccolta, emerge un bisogno di non cancellare le tracce del tempo e delle persone. La necessità di non smaterializzare nulla. Posso chiederti se per te scrivere ha un po’ a che fare con la conservazione del tempo o sono troppo idealista?

Forse sì, ma è una conservazione del tempo che assomiglia appunto a un palinsesto. Nel libro “Il costo della vita Deborah Levy si chiede come fare a parlare del passato senza per forza ricorrere al meccanismo del flashback. E’ una domanda che mi interessa molto e interroga anche a me. Mi piacciono le opere dove tra presente e passato intercorre un rapporto dialettico e non risolto. Quindi non un superamento, ma una specie di soluzione instabile. 

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