di Emiliano Metalli
Lo storico allestimento già recensito si è prestato a questa ripresa – la seconda di tre, la prossima sarà a maggio – nella stagione del Teatro dell’Opera dedicata ai Volti del potere.
Si tratta di un’operazione molto interessante perché permette al pubblico di ascoltare più interpreti nello stesso titolo e di apprezzarne la differente resa all’interno del medesimo allestimento, di recupero storico in questo caso. I pregi sono molteplici da quelli artistici a quelli meramente economici.
In questo caso, inoltre, a rendere esclusivo l’evento è la presenza di una diva internazionale del calibro di Anna Netrebko e di una bacchetta di lusso alla guida di un titolo dal grande appeal, anche per i meno avvezzi al genere. Infatti la sala è gremita e il tifo – perché più di tifo che di applauso si può parlare – è al top.

La direzione di Daniel Oren differisce nettamente da quella ascoltata a gennaio. Rispetto ai tempi serrati di Mariotti, qui la parola d’ordine è “abbandono estatico”. Tutto tende ad allargarsi: la frase, la melodia, la singola nota, persino il respiro. Eppure nulla sfugge al suo attento controllo, ogni accento, ogni passaggio è previsto, accompagnato con un gesto evidente della mano, del volto, persino degli occhi.
Questo permette un ascolto della scrittura orchestrale più chiaro nelle sfumature e nello stesso tempo meno emotivo. Sembra che il coinvolgimento lasci spazio alla riflessione – forse anche per effetto di due artisti di età differenti – e questo effetto si trasmette anche sul palco, dove il movimento diminuisce, si rarefà, diviene più studiato, si parcellizza divenendo specchio del colore orchestrale.

Gli interpreti perseguono questa idea e la conducono alle estreme conseguenze, trasformando alcune pagine, in accordo con la direzione, come se fossero udite per la prima volta. Ecco che persino i brani più noti – Lucevan le stelle o Vissi d’arte – acquisiscono accenti e riflessi inaspettati, si tingono di una tonalità più malinconica e crepuscolare. Le note sono le stesse, ma nell’insieme si ha l’impressione di un universo completamente distante.
Mariotti ha infuso l’impeto giovanile nella composizione pucciniana, Oren ne spreme l’essenza dell’età matura: è un privilegio essere testimoni di questo duplice miracolo artistico che “nel suo mistero le diverse bellezze insiem confonde”.

Per quanto riguarda gli interpreti, la stella della serata è stata senza ombra di dubbio Anna Netrebko che si conferma un’autentica fuoriclasse.
In un mondo – quello dell’opera – che punta oggi più al professionismo che al divismo, poiché in quest’ultimo concetto si intravede qualcosa di superato e, in parte, anche di negativo, incontrare una professionista che fa però fremere come solo le dive sanno fare è un evento raro. La diva infatti non è soltanto capricci ed esigenze, ma capacità di incantesimo.
Il divismo sa far dimenticare l’artificiosità dello spettacolo – operistico in particolare – e rendere unica ogni performance attraverso la trasformazione del dato artistico per mezzo delle peculiari doti. Insomma ogni caratteristica di una diva è un pregio, per i suoi sostenitori, ma spesso un difetto per i suoi detrattori. Anche questo “derby” artistico è un aspetto perduto del divismo: Feud – Callas versus Tebaldi appartiene al mito operistico e chissà se Ryan Murphy non abbia in mente di farne un’altra serie di successo!?

Premessa necessaria per tornare alla Tosca di Anna Netrebko che ha tutte le caratteristiche della diva e, come tale, ha ricevuto applausi e ovazioni a scena aperta fin dal suo primo ingresso, come nei duetti e soprattutto dopo l’ipnotico Vissi d’arte.
Lunghe, sincere e meritatissime manifestazioni di apprezzamento e richieste di bis accolte quasi con modestia.
Netrebko ha disegnato una Tosca nervosa e credibilmente sensuale nel primo atto, salvo modellarla poi nel secondo e nel terzo attraverso lunghi momenti di immobilità, gesti essenziali, melodrammatici, senza dubbio, ma non gratuiti. Il suo fluire, sulla scena come nella musica, è studiato ma non intellettualistico, mai meccanico. I sentimenti che testo e melodia cesellano sono vissuti con semplicità e verosimiglianza.
Gli accenti, allora, si piegano a questa esigenza e acquisiscono toni inaspettatamente potenti: “assassino” rivolto a Scarpia non è un grido, ma un’anticipazione silente della lama che di lì a poco lo colpirà e anche “è morto” non è una dichiarazione plateale, ma la constatazione di una donna che si è difesa all’estremo, che non poteva fare altro.
Nella melodia, poi, Netrebko fa quello che vuole attingendo a un registro medio grave potente ed efficace, anche se un pizzico gutturale a tratti, e arrivando senza alcuno sforzo agli acuti più estremi in cui sa dispensare violenza o dolcezza a piacimento.
Il famigerato “do della lama” è esemplare, ma è solo la ciliegina su una torta disseminata di magnifici ornamenti.

Accanto a una Floria Tosca di tale calibro, non sfigurano però i due protagonisti maschili.
Il Mario Cavaradossi di Yusif Eyvazov ha dalla sua la prestanza scenica, una credibilità drammatica, l’indubbia maestria tecnica e una certa dose di charme che non guasta. Il suo timbro è bello, ma non raggiunge le vette olimpiche della protagonista.
Sa però ricavarsi i suoi spazi e, soprattutto, trovare gli accenti più efficaci in accordo con le indicazioni della regia e della direzione d’orchestra. Il suo apice è nell’ultima aria, ma nel complesso anche la sua performance è ottima, come dimostrano gli applausi e gli apprezzamenti della sala.

Anche Scarpia, interpretato da Amartuvshin Enkbath, sebbene al terzo posto di questo ipotetico podio, porta a casa una prova molto apprezzata dal pubblico e di grande classe.
La scelta cade su uno Scarpia dal profilo più nobile e meno violento, una specie di manipolatore psicologico che incanala la sua violenza negli accenti musicali, preferendo la parsimonia nell’azione e aggirando i due amanti con studiato atteggiamento fisico: non si avvicina quasi mai ad essi.
Questo gli permette di amplificare il semplice tocco della mano sulla gonna di Tosca che esplode con una rapacità molto maggiore.
La vocalità è inoltre ricca e uniforme, senza incursioni volgari nei registri più gravi e con acuti molto a fuoco, tanto da esaltare la nobiltà melodica dei suoi interventi e di nasconderne l’intrinseca violenza.

Buono anche Gabriele Sagona che incarna Angelotti con correttezza e un bel timbro cupo, mentre per tutti gli altri resta valida l’impressione della precedente recensione: perfettamente tradizionale il Sagrestano di Domenico Colaianni, poco incisivo Saverio Fiore nei panni di Spoletta, meno ancora Leo Paul Chiarot come Sciarrone. Pregevole, infine, il pastorello di Emma McAleese.
Ottimi, ancora una volta, coro e orchestra che da qualche anno dimostrano sempre meglio le proprie doti.
La speranza è di trovarsi ancora una volta – presto! – vittime dell’incantesimo divistico di Anna Netrebko!






Teatro dell’Opera
Tosca
Musica Giacomo Puccini
Melodramma in tre atti
Libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica
Tratto dal dramma omonimo di Victorien Sardou
Direttore Daniel Oren
Regia Alessandro Talevi
Maestro del Coro Ciro Visco
Scene Adolf Hohenstein
Ricostruite da Carlo Savi
Costumi Adolf Hohenstein
Ricostruiti da Anna Biagiotti
Luci Vinicio Cheli
PERSONAGGI INTERPRETI
Floria Tosca Anna Netrebko / Yolanda Auyanet 2, 5 marzo
Mario Cavaradossi Yusif Eyvazov / Vincenzo Costanzo 2, 5 marzo
Barone Scarpia Amartuvshin Enkbath / Gabriele Viviani 2, 5 marzo
Cesare Angelotti Gabriele Sagona
Sagrestano Domenico Colaianni
Spoletta Saverio Fiore
Sciarrone Leo Paul Chiarot / Andrea Jin Chen 5, 6 marzo
Un carceriere Fabio Tinalli / Alessandro Guerzoni 2, 5 marzo
Un pastorello Irene Codau / Emma McAleese 2, 4 marzo
Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma con la partecipazione della Scuola di Canto Corale del Teatro dell’Opera di Roma
Allestimento Teatro dell’Opera di Roma – Ricostruzione dell’allestimento storico del 1900
Foto di Fabrizio Sansoni per il Teatro dell’Opera di Roma
