di Emiliano Metalli
Una Carmen ribelle in bilico sull’Arte: è questa la prima impressione del revival proposto – in occasione del 150° compleanno del titolo – dal Teatro dell’Opera di Roma, dovuta probabilmente dall’incontro fra il favoloso allestimento ideato da Renato Guttuso al principio degli anni Settanta e la regia di stampo tradizionale, anch’essa in bilico fra storia e attualità, di Fabio Cerasa.
Come per Tosca, anche in questo titolo di Bizet l’idea di allestire uno spettacolo storico risulta una scelta comunque vincente. Vero che i tempi sono diversi, ma l’impatto delle scene e dei costumi – ricostruiti rispettivamente da Alessandro Nico e da Anna Biagiotti, ma ideati però da Guttuso – resta comunque forte. A queste si aggiunga il sapiente equilibrio delle luci di Giuseppe Di Iorio che sapevano trasformare in pochi secondi ogni “quadro”, dando il colore più adatto all’atmosfera.
Siamo un pubblico oggi avvezzo a ogni sorta di bizzarria scenografica e registica che sa tornare però a stupirsi di fronte a un set tanto “tradizionale” eppure, nello stesso tempo, fremente di originalità.
Guttuso non sconvolge lo spazio scenico, lo accompagna, lo inserisce all’interno della sua iconografia e la vicenda di Carmen, così, diviene un dipinto. Un’opera che si inserisce consapevolmente nella sua idea di arte, in cui l’elemento popolare si incarna nelle superbe scenografie, cittadine soprattutto, mentre lo spirito della ribellione si fa taglio e stoffa nei sensuali costumi, a partire da Carmen fino a tutte le altre donne, Micaela esclusa.
Fabio Ceresa costruisce su questo la sua regia, a volte centrando una trovata scenica efficace, un movimento particolarmente riuscito, più spesso allestendo le masse immobili (o quasi) e impiegando gli interpreti in situazioni più tradizionali. Non guasta né esalta la vicenda, la svolge correttamente, ma senza entusiasmo. Persino la scena in cui tutte le donne bruciano i reggiseni non ha mordente, forse perché mal si allinea alla musica della Chanson bohème. A parte il primo atto, in cui il coro riesce ad “agire”, per il resto è svincolato da una azione che quindi non trascina, ma ristagna. La tensione è assente persino nella scena del duello fra Don José ed Escamillo e, quando si affaccia, sembra un effetto moviola. Ne risulta, quindi, una Carmen meno tesa, meno escandescente, più quieta e quasi “borghese” immersa in un universo, però, che vorrebbe invece far esplodere l’elemento trasgressivo e libertario della protagonista e delle persone simili a lei.
Infine, nonostante i movimenti mimici di Mattia Agatiello fossero accattivanti, l’innesto nella vicenda era un po’ forzato e non sempre comprensibile: su tutti nella scena delle carte. È vero che al giorno d’oggi non è più necessario, nell’opera, “dire” e “fare” la medesima cosa, ma il “diversivo” non è sempre la carta migliore, se non trova un suo focus perfetto nell’arco drammaturgico.

C’è da dire che anche la direzione di Omer Meir Wellber non è stata di grande supporto all’azione: un volume spesso troppo forte o una dinamica che non si allineava, come nella citata scena del II atto, hanno privato la drammaturgia della sua radice musicale, creando una distanza fra palco e buca dell’orchestra. E certamente il suo interesse a costruire la sua direzione è più in orchestra, dove riesce a bilanciare splendidamente i diversi piani armonici, melodici e dinamici seguito senza indugi dall’Orchestra del Teatro dell’Opera.
Peccato, perché nel complesso il suo entusiasmo è una chiave interessante in un’opera come questa e si evince di più nel Preludio – magnificamente condotto – e negli intermezzi.
Quanto alla scena, in alcuni passaggi il “forte” di coro e orchestra ha rischiato di coprire le intenzioni dei protagonisti, mentre alcune scelte di tempi mancavano di tensione drammatica. Nel complesso si percepiva una Carmen acquietata e poco sensuale, più attenta al tocco di colore orchestrale che alla parola scenica.

Gaëlle Arquez è riuscita a disegnare una Carmen personale e interessante. Non possiede la sensualità di una Bumbry – e forse oggi non sarebbe neppure richiesto, anzi certamente non lo è! – ma sfoggia un timbro vellutato che resta tale in quasi tutti i registri, fraseggia con grazia, ma senza eccessi, e tratteggia una zingara moderna e semplice, senza troppe sovrastrutture.
Al suo fianco, il Don José che Joshua Guerrero propone si attesta nel solco della tradizione: la voce è solare e possiede un solido registro acuto, il volume nei centri non è sempre drammaticamente efficace, ma l’accento sopperisce con arguzia. La pronuncia francese non è sempre perfetta, ma cede il passo a un’ombra hispanica che non guasta tuttavia. Gli manca, forse, una certa prestanza scenica, ma alcuni atteggiamenti meno eroici – voluti o meno – ne fanno anche in questo caso un José più umano, fragile e contemporaneo.
Vera star della serata è l’Escamillo di Erwin Schrott: voce sensuale, fraseggio impeccabile, padrone della scena e di tutte le persone presenti insieme a lui, pubblico compreso. Non solo nel Couplets, ma anche nel III e soprattutto nel IV atto riesce a delineare con pochi accenti e in maniera perfetta il suo personaggio: un vero capolavoro!
Anche Mariangela Sicilia – super acclamata Alcina – fa il suo meglio in Micaëla, ma nonostante la clarità del timbro che trasmette tutta l’innocenza di questa donna e il visibile impegno di interpretazione, che invece ne esprime il carattere testardo e volitivo, il risultato è meno convincente. Ottima, ma non eccelsa: sarà forse il ruolo che la limita troppo, laddove il suo temperamente artistico la vorrebbe al centro del dramma.

Corretta e nulla più la Frasquita di Meghan Picerno, mentre si conferma nuovamente interessante Anna Pennisi (Mercedes) sia per timbro che per spigliatezza scenica: sarebbe bello vederla in qualche ruolo più impegnativo, se lo meriterebbe.
Bene anche il Dancairo di Alessio Verna e il Remendado di Blagoj Nacoski, specialisti dei rispettivi ruoli e migliori qui che all’aperto, mentre notevoli sono risultati sia lo Zuniga di Nicolas Brooymans, per sensibilità interpretativa e per una intrinseca sensualità, e il Morales di Matteo Torcaso che ha saputo districarsi assai bene nelle poche battute a lui offerte.
Molto bene anche il Coro, diretto da Ciro Visco, più attivo nel I atto che nel resto dell’opera, sempre troppo statico. Infine sempre deliziosamente partecipe il Coro di Voci Bianche, diretto con grande entusiasmo da Alberto de Sanctis.

Teatro dell’Opera di Roma
Carmen
Musica di Georges Bizet
Opera in quattro atti
Dal romanzo di Prosper Mérimée
Libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halévy
DIRETTORE Omer Meir Wellber
REGIA Fabio Ceresa
Maestro del Coro Ciro Visco
Scene e costumi Renato Guttuso
Luci Giuseppe Di Iorio
Movimenti mimici Mattia Agatiello
Scene ricostruite da Alessandro Nico
Costumi ricostruiti da Anna Biagiotti
PERSONAGGI INTERPRETI
Carmen Gaëlle Arquez
Don José Joshua Guerrero
Escamillo Erwin Schrott
Micaëla Mariangela Sicilia
Frasquita Meghan Picerno
Mercedes Anna Pennisi
Dancairo Alessio Verna
Remendado Blagoj Nacoski
Zuniga Nicolas Brooymans
Morales Matteo Torcaso
Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma
con la partecipazione del Coro di Voci Bianche del Teatro dell’Opera di Roma (maestro Alberto de Sanctis)
Allestimento Teatro dell’Opera di Roma – Riproposto nella versione storica del 1970
foto di Fabrizio Sansoni per il Teatro dell’Opera di Roma
