Kurt Weill e Bertolt Brecht alla Sapienza: di cosa vive l’uomo?

17 Novembre 2025

di Emiliano Metalli

Notevolissimo il recital a due voci e orchestra jazz – la MEJO METROPOLITAN JAZZ ORCHESTRA – per un repertorio sospeso fra universi – sonori e geografici – e affacciato su una realtà oggi quasi sconosciuta – l’impegno politico degli intellettuali – in programma lo scorso 15 novembre per la stagione IUC La Sapienza, istituzione concertistica sempre più attenta a repertori di straordinaria bellezza e pregnanza, ma, purtroppo, all’apparenza desueti per le sale romane. 

Di Bertold Brecht molti conoscono la storia umana e civile, narrata nel teatro italiano soprattutto grazie all’immortale lavoro compiuto negli anni da Giorgio Strehler, in questa sede giustamente omaggiato nelle traduzioni dei testi e nel ricordo dello straordinario allestimento con Modugno nei panni di Mackie Messer. 

Al contrario un musicista come Kurt Weill è spesso citato, per qualche immancabile classico divenuto uno standard jazz, ma di fatto poco noto al grande pubblico. Weill, come molti altri artisti tedeschi, fuggì dalla Germania nazista attraverso un lungo girovagare per l’Europa e approdando in America. La stessa evoluzione artistica che ha attraversato anche la sua produzione di cui è opportuno ricordare almeno alcune opere “simbolo”, che rientrano in parte nel programma del concerto: Die Dreigroschenoper (L’opera da tre soldi) del 1928 e Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny (Ascesa e caduta della città di Mahagonny) del 1930, per il periodo tedesco, e Lady in the Dark, del 1941, Street Scene composizione sperimentale denominata “Broadway opera” del 1947, Lost in the Stars del 1949, per quello americano. 

Mentre Brecht ha avuto un rapporto travagliato con gli USA, dovendo forzosamente tornare in Europa e rientrando in contatto con gli ideali politici e sociali della sua produzione iniziale, Weill riuscì a convertire così abilmente la propria creatività da dare vita a un nuovo prototipo di teatro musicale dalle radici europee, ma dall’animo profondamente americano. 

Molto di tutto questo è presente nel concerto proposto dalla IUC che spazia appunto dai brani dell’Opera da tre soldi – cui spetta la parte del leone –  a composizioni più rare da ascoltare dal vivo. L’aspetto di maggiore interesse sono gli arrangiamenti di Gianluigi Giannatempo che mettono senza ombra di dubbio al centro l’orchestra. La tendenza, infatti, è quella di ampliare i brani e garantire al suono strumentale uno spazio paritetico a quello vocale, se non addirittura maggiore. 

Prendono così corpo le splendide introduzioni o gli intermezzi (quasi sempre al centro del brano) che citano la melodia principale, inserita in un setting sonoro completamente rivoluzionato, a tratti più ampio a tratti quasi intimistico come nella Salomon song o nella Kanonen song. In quest’ultima in particolare l’effetto malinconico dello strumento solista, poi accorpato a tutta l’orchestra, sembra quasi contrastare con il ritmo marziale del brano: come l’altra faccia di una medaglia silenziosa, ma inevitabile, quando si parla di guerra e di morte con tanto sfacciato menefreghismo. 

Spesso la chitarra accompagna la voce sola, dando vita a un clima sospeso e irreale, potenziato dall’andamento “aperto” delle armonie di Weill su melodie apparentemente semplici eppure di stupefacente raffinatezza. Altre volte è il pianoforte ad accompagnare la voce, ma con esiti meno suggestivi: forse per un’interpretazione testuale poco dinamica, più attenta al ritmo serrato che al senso del messaggio. Più spesso è la tromba o il sax (meraviglioso Federico D’Angelo con il suo sax baritono) a farsi spazio per un’improvvisazione, una tendenza che rispecchia appieno l’anima jazz di un’orchestra composta da solisti. Eccellenti solisti, va detto. 

Insieme a questa eccellenza musicale, un’accoppiata vincente di voci che copre gli estremi “espressivi” del programma, nonostante i problemi di acustica e di amplificazione. Dalla teatralità feroce e terrigna di Peppe Servillo, figlio di una terra incline all’espressività ironica e graffiante, pensando a Viviani anche profondamente brechtiana e filosofica, fino all’incanto traslucente del timbro di Costanza Alegiani, che accende le melodie di Weill con una lettura asciutta e un fraseggio essenziale. 

Alla domanda “Di cosa vive l’uomo?”, la risposta è “di Arte”, proprio come questa. 

Istituzione Universitaria dei Concerti

I CONCERTI DELL’AULA MAGNA

Sabato 15 novembre . ore 17.30 

“Di cosa vive l’uomo?” 

Le canzoni di Kurt Weill e Bertolt Brecht 

PEPPE SERVILLO voce solista 

COSTANZA ALEGIANI voce solista 

METROPOLITAN JAZZ ORCHESTRA (MEJO) 

Marco Tiso direttore 

Arrangiamenti di Gianluigi Giannatempo 

Gallery: foto di Fabrizio Orsini

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