Luce sulla vita di un Ennio qualunque. Il teatro tra memoria e documentario.

29 Dicembre 2022

Un baule colmo di vecchie foto, strumenti per il richiamo degli uccelli, lettere e oggetti mozzati.
“Catch me – La casa dentro Ennio” è un racconto dedotto, estrapolato, da frammenti materiali e da ricordi impressi, uno ad uno, su 15 audiocassette. La voce di un tale Ennio, giovane poi adulto di Iesi, che su bobina registrò 116 sogni della sua vita. Attraversando il Novecento. Tutto vero, non vi è finzione, i reperti vennero rinvenuti qualche anno fa da un gruppo di teatranti durante le ricerche per uno spettacolo. Un ritrovamento casuale, ma altrettanto straordinario e ricco di dettagli che convinse la Compagnia, di nome Illoco, a costruirci intorno un progetto. Il testo, scritto da Rosalinda Conti e trasformato in sviluppo scenico da Roberto Andolfi, è stato proposto in due repliche (13, 14 dicembre) al Teatro Basilica, palco tra i “più Off” e coraggiosi del circuito romano. Platea esaurita e pubblico in visibilio per la performance coinvolgente di Maria Vittoria Argenti, Dario Carbone, Annarita Colucci, Valeria D’Angelo e Anton De Guglielmo. Attori e interpreti nel senso letterale del termine, ciascuno a proporre una personale lettura del vissuto di Ennio, filtrato appunto dalla sua voce, dalle sue aspirazioni e disillusioni. E dai reperti, contenuti nella grande valigia e disvelati agli spettatori, anche con videoproiezioni e ambientazioni sonore, originali o ricreate. Bianco/nero e technicolor. Abat jour e torce elettriche, posizionate qua e là, manipolate dai protagonisti, fanno luce sul buio della memoria che è anche una trama misteriosa, da interpretare. Un puzzle incompleto: ci sono pezzi che mancano, tra i lasciti, ci sono i detti-non-detti che emergono palesi dalle registrazioni. Ci sono i quadri appesi e le fasi della vita di Ennio, il diventare grandi, la morte, l’amore, l’eredità. Le gioie e le angosce, i desideri e le debolezze, illusioni e ragione.

I cinque in scena si prestano, con tutte le loro energie, per offrire all’assente (Ennio) una protezione, tentano in tutti i modi di sottrarlo all’oblio del tempo che avanza indifferente, alle paure che lo hanno inseguito nel corso dell’esistenza. Ma quel disco, della vita terrena, a un certo punto si interruppe. E dunque rien ne va plus, bisogna arrendersi all’inesorabile ciclo dell’esistenza. Che si apre e si chiude.

Sospeso tra arte e documentario, lo spettacolo – prodotto da Illoco in collaborazione con Teatro nel Bicchiere Festival e con il sostegno di Spin Time Labs – rivela un grande e faticoso lavoro di ricerca e di coordinamento in scena. Impalcatura scenica, luci, musiche e la regia di Andolfi (assistito in “cabina” da Alessia Giglio) sono curate nei minimi dettagli. Indovinata anche la scelta dei costumi, merito di Annarita Colucci.
Apprezzabile anche l’idea di chiamare il pubblico a fine spettacolo per scoprire e toccare con mano il lascito di Ennio. Documenti e oggetti d’altri tempi che rappresentano un ponte vivo tra la quarta parete e l’affascinante mistero che si nasconde dietro la storia di una persona qualunque. Perché Ennio, signore marchigiano, potrebbe essere ciascuno di noi.

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