“Un uomo a metà”, tra libertà e le aspettative degli altri

28 Gennaio 2023

Un fallimento dietro l’altro, ma agli occhi di chi? Di una società che istruisce ed è giudice dei corretti comportamenti rispetto alle azioni e alle scelte del singolo. Gianluca Cesale in “Un uomo a metà” incarna l’archetipo dell’essere umano non realizzato, ingabbiato e capace solo in apparenza di uscire da quella gabbia. Che lo costringe, che lo bullizza e che lo soffoca, sin da tenera età.

Lo spettacolo – produzione Nutrimenti Terrestri in collaborazione con Il Castello di Sancio Pansa –  non è una novità, nel 2015 vinse al Napoli Fringe Festival. Proposto a Roma, dal 20 al 22 gennaio all’Altrove Teatro Studio, ha letteralmente “spaccato” e lasciato parecchi spunti di riflessione al pubblico presente.
Il monologo, scritto da Giampaolo Rugo, travolge, è ruvido e scorretto, trasuda energia, speranza e nel contempo rassegnazione. Al destino di loser, al potere delle convenzioni. Già, perché Giuseppe ci prova e in tutti i modi a scampare dall’etichetta di “fallito”, architetta un piano in apparenza furbo. Ma giunto all’ultimo miglio ecco il colpo di scena che lo richiama al suo ruolo. Di incompreso, di uomo a metà, incapace di lasciarsi andare, di realizzarsi come vorrebbe, trattenuto dalle tare dei legami, del lavoro, delle aspettative degli altri. Le Madonne in gesso che commercializza gli aprono le porte della realizzazione economica e dell’amore, ma è solo un’illusione. Quelle stesse statue bloccano Giuseppe, nelle secrete dell’intimità, e lo trasformano, infine, nel ruolo che meno gli si addice. L’omicidio da atto cruento diventa immediatamente suicidio interiore per chi lo ha commesso.

Un trauma ancor più grande di quel ginocchio che fece crack su un campo di calcio, quando Giuseppe ancor minorenne si stava giocando le carte per il grande salto.
Invece che svoltare, divenne zoppo, e per sempre. Circondato da genitori annoiati e drogati di Sale da Bingo, da un nonno che sotto il Fascio combattè le guerre coloniali, da una donna che vuole sì sposare ma non ama per davvero. Il lavoro da rappresentante di articoli religiosi, a tratti anche soddisfacente. Gli amici che lo sottopongono alla prova di “machismo” per antonomasia: l’addio al celibato. Che viene superata e al di sopra di ogni aspettativa. Giuseppe apre gli occhi, respira, si sente finalmente vivo. E capisce che vuole qualcosa di diverso. Diventa cinico e sembra in grado, finalmente, di poter governare gli eventi. Ma sarà una chimera.

Cesale è potente e di formidabile espressività. La direzione dello spettacolo, firmata Roberto Bonaventura, asseconda alla perfezione il dinamismo del protagonista. Scenografie essenziali, costumi e luci giocate sui toni del bianco e del celeste fino al blu. Candore e linfa vitale. Un contrasto evidente con lo sviluppo drammaturgico, che invece da grottesco e ironico nel suo incedere si sporca, si fa malinconico e scende verso il macabro. E con un dito puntato sul rapporto, a volte crudele, spesso sbagliato, tra i diritti dei singoli e le regole non scritte del vivere comunitario. Quel dito puntato che fa molto male.

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