Teatro Vascello: prima tappa per Lidi e Cechov

2 Marzo 2023

Il gabbiano: prima tappa di un trittico di Leonardo Lidi dedicato a Cechov in scena al Teatro Vascello fino a domenica 5 marzo. Un imponente lavoro, in termini creativi, che si propone, almeno in quest’opera, di mettere al centro l’attesa e la sorpresa nel fluire della vita. La stessa sorpresa che coglie i protagonisti in situazioni impreviste, impreparati all’arrivo del cambiamento, positivo o negativo che sia, scelto o subito.

Due forze sembrano segnare la drammaturgia e la regia: l’amore e il dolore, filtri di temi universali come il senso stesso della scelta, nella vita e nel teatro. Così Lidi, in questa sua personale versione del Gabbiano, non si abbandona all’intellettualismo fine a se stesso, che pure potrebbe celarsi nelle pieghe del dramma di Konstantìn Gavrìlovič, ma segue una strada personale composta di oggetti semplici ed essenziali, gesti quotidiani e familiari, spazi aperti e immaginari, ma soprattutto di persone e rapporti.

Sul filo degli opposti casa-attori/lago-pubblico, interno-privato/esterno-convenzionale, spazio-realtà/luogo-emozione Lidi “gioca” semanticamente spostando l’attenzione e l’intenzione dal detto al non detto. Chiede agli interpreti un registo analitico e non naturalistico, che travalica all’improvviso nell’ipernaturalistico, in un tono intimo e sincero: un esempio è nelle meravigliose parole che Arkàdina dedica a un Trigòrin visibilmente attratto da Nina. Parole pronunciate sempre più piano, sempre più intimamente, mentre i gesti comunicano ben altre intenzioni.

In altri casi, la regia sbilancia i toni tra farsesco e tragico, tenendo sospesa la risoluzione finale di un “gesto” – il bacio, l’abbraccio, lo sguardo – finché il tempo non è opportunamente maturo. Per fare questo ha a sua disposizione un gruppo di attori ottimamente assortito, capace di inseguire le idee proposte con veridicità, trasformandole in persone fragili, misto di lacrime e parole, mai artificiose, mai superflue. Anche i gesti, in primo piano o sul fondo, in penombra, restano impressi come parte della storia nella loro caducità, non accidente, ma dettaglio.

D’altronde Lidi mette gli attori sempre in scena e in questo modo costruisce un rapporto continuo fra quello che viene detto e agito in primo piano con tutto il resto della comunità, più indietro. Lo spazio è tutto dell’azione, visibile o invisibile, mai descrittivo o banalmente classista, ma sempre frutto della presenza dei corpi e della parola, costrizione di rapporti invisibili, fino a trasformarsi in materico e freddo: gabbia di sentimenti frustrati, mai realizzati mentre, fuori, seguita la vita. Come nel finale: un rovesciamento dell’estetica realista che soggiace alla stesura originale e prevede il suicidio fuori scena. Qui, all’opposto, vediamo il tormento di Konstantìn e il suo gesto estremo. Ascoltiamo le voci degli altri, sui quali però è calato un sipario nero e definitivo: simbolo della morte o del distacco fra arte e vita?

Il teatro nel teatro, quindi, non sembra più quello citato al principio su cui si svolge il dramma simbolista, bensì il luogo stesso della rappresentazione o, meglio, la condizione di chi lo abita in quel momento.

Christian La Rosa conferma le sue doti, già dimostrate nella Signorina Giulia, incarnando un Konstantìn sincero, imbronciato, sbrigativo e a tratti infantile, modernamente credibile nel gioco crudele delle generazioni in rapporto alla madre e allo zio: Irìna Nikolàevna Arkàdina (Francesca Mazza) asciutta eppure piena di pieghe e incrinature, bambola di porcellana quasi fuori moda, ostinatamente giovanile come la Bernhardt, carnefice gentile di cuori eppure vittima del tempo, dalla voce timbrata e volitiva, ma pronta a piegarsi agli accenti più intimi; Pëtr Nikolàevič Sòrin (Orietta Notari) magnificamente umano, sfumato nelle sue espressioni più intime – come l’invidia per il dottore e la sua vita piena di passioni – eppure malinconicamente sorridente, di una tenerezza infinita dipinta a brandelli, puntinata come un’opera di Camille Pissarro.

Borìs Aleksèevič Trigòrin, l’amante di Arkàdina, il vero motore del dramma di Konstantìn è Massimiliano Speziani che impiega un’energia tutta fisica, intrisa di movimento del viso, del corpo, delle mani e imprime un’accelerazione alle sue scene che spinge – letteralmente – gli altri verso nuove scelte. Costituisce un polo dinamico a sé rispetto agli altri e riesce a mantenersi a fuoco sia sul versante umoristico, di cui la regia di Lidi è intrisa, sia su quello drammatico. Notevolissime, poi, Giuliana Vigogna e Ilaria Falini – rispettivamente Nina e Maša – che hanno superato le aspettative dello Strindberg già recensito. Nervi e scatti sotterranei, la prima, mossa dai ripensamenti, ma anche dal desiderio di fuga, lusingata dalla corte sensuale di Trigòrin, ma attratta dalla mente di Konstantìn. Lacrime e disperazione, la seconda, già perdente, già sconfitta nelle pose e negli sguardi, fino a indurirsi in una estrema ribellione senza fuga cui il matrimonio con Medvèdenko – Giordano Agrusta che piega fisico e toni alla mediocrità del personaggio – l’ha imprigionata. Uccise entrambe, in modi diversi, come il gabbiano, dall’amore di Konstantìn.

Le sottili intersezioni di questi incontri sono perfezionate dalla interpretazione silenziosa e commovente di Angela Malfitano (Polìna Andrèevna), da quella rumorosa e comica di Tino Rossi (il marito Il’jà Afanàsjevič Samràev) e da quella sorniona e disincantata di Maurizio Cardillo (il dottore), nonché dalla collaborazione di Nicolas Bovey per le scene e le luci – queste ultime davvero fondamentali – e dalla pregiata citazione storica dei costumi di Aurora Damanti che danno colore e forma alle stesse citazioni musicali, volutamente ironiche.

Se gran parte della vita di Cechov è presente nei suoi drammi, va riconosciuto a Leonardo Lidi il pregio di aver riportato nuova vita in questo allestimento, non solo l’Arte di cui pure è chiaramente intriso.

IL GABBIANO | PROGETTO ČECHOV – prima tappa

da Anton Cechov

regia Leonardo Lidi

con (in o.a.) Giordano Agrusta, Maurizio Cardillo, Ilaria Falini, Christian La Rosa, Francesca Mazza, Orietta Notari, Tino Rossi, Massimiliano Speziani, Giuliana Vigogna, Angela Malfitano

scene e luci Nicolas Bovey

costumi Aurora Damanti

suono Franco Visioli

assistente alla regia Noemi Grasso

adattamento e regia Leonardo Lidi

produzione Teatro Stabile dell’Umbria, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale

in collaborazione con Spoleto Festival dei Due Mondi

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Non perdere

1 Persona: Elena Biagetti nel monologo di Matteo Pantani

Metateatro, teatro nel teatro, rottura di quella parete invisibile tra