Gogol in scena a Roma in un surreale cappotto

5 Aprile 2023

L’ abito non fa il monaco. E invece era proprio il contrario, nella Pietroburgo di metà Ottocento de “Il cappotto” firmato da Nikolaj Vasilievic Gogol. Indossare un cappotto liso, più simile a uno straccio che a un caldo riparo dal freddo, diventava un biglietto da visita, un epiteto, un giudizio definitivo da parte di chi stava dalla parte privilegiata della società. Una borghesia, agiata e senza pensieri, che già a quell’epoca, nei centri del potere zarista, faceva sfoggio di classismo e prepotenza. Valori “con il segno meno” a cui Gogol, tra le righe di questo romanzo, rivolse invece una feroce critica. Aprendo di fatto la fortunata stagione del realismo russo.

Sono temi fortemente attuali, la prevaricazione e l’attaccamento ai beni materiali. Per questo motivo ci ha attirato l’adattamento firmato da Alessio Bergamo e proposto in scena a Roma, al Teatro Palladium, il 25 e il 26 marzo. Cantiere Obraz, Teatro Solare e Teatro dell’Elce hanno prodotto, in collaborazione con Postop Teatro, un lavoro leggero, scanzonato nei toni, ma molto amaro per le riflessioni suggerite al pubblico. Accorso peraltro numerosissimo, in entrambe le giornate. Una fame di cultura e di intrattenimento ampiamente ripagata dalla prestazione degli interpreti – Angelica Azzalini, Alessandra Comanducci, Domenico Cucinotta, Massimiliano Cutrera, Erik Haglund e Stefano Parigi – diretti da Bergamo sullo sfondo di una città qualunque, dai palazzi candidi ed eleganti, che tremano allo spirare del vento ma che reggono protetti dal conformismo dei padroni.

Una linea di comportamento che fa comodo a chi lavora ed ha un ruolo definito in questo ecosistema, non importa che sia ipocrita e predatorio rispetto ai soggetti nuovi o “privi-di-male” nel loro animo. Facente parte di questa schiera è Acachi fu Acachi, uomo dal fare grazioso e insieme goffo, capace di rendere poetico il suo normalissimo impiego d’ufficio. Lo stile di vita che naturalmente persegue è incompatibile con lo sciacallaggio imperante che sta là fuori, al punto che quando abbandona il suo cappotto consumato, ormai ridotto a straccio, in luogo di uno nuovo viene addirittura frainteso. I potenti – categoria che unisce i titolari delle cariche e gli asserviti al controllo – vi leggono un tentativo di omologazione, di assimilazione del modus collettivo, Ma si sbagliano. Ad Acachi viene persino rubato, il nuovo cappotto, ma nonostante le educate richieste nessuno lo aiuta a ritrovarlo. La sopraggiunta morte per freddo, dell’impiegato, ne libera dal corpo l’anima che però, in veste di fantasma incappucciato, rimane in città per vendicarsi contro chi gli aveva voltato le spalle. Uno spietato spettro che va in cerca di cappotti e li fa sparire, soprattutto dagli ambienti altolocati. La città persevera nel suo naturale riprodursi, ma ora al suo interno deve convivere con un nemico che sfugge, toglie sicurezza e rompe gli equilibri.

Si legge forte il messaggio civile, anche politico della drammaturgia. Dall’altra parte sul palcoscenico ci sono cappotti che si muovono su due gambe, archetipi di quadri fantastici, grotteschi, iperbolici nella loro assurdità.
I dialoghi, diretti e frizzanti, con punte di malizia e sarcasmo, sono inframezzati da sketch di ballate che divertono la platea. I più fedeli al realismo gogoliano avrebbero forse preferito una maggiore fedeltà alle atmosfere di quella Pietroburgo e dei suoi personaggi, ma il progetto di Obraz & co. è coraggioso e trasmette tutto l’affiatamento di un gruppo di professionisti che lavorano insieme da 5 anni. Note di merito per le scelte registiche di Bergamo e per l’originale allestimento scenico, firmato Thomas Harris ed esaltato dai controluce di Camilla Chiozza.
Il Palladium di Garbatella ha gradito.

Foto di Enrico Farro.

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