Il teatro e la fuga dei migranti. Pieno di applausi per Frateschi.

1 Maggio 2023

Ismael potrebbe essere ciascuno di noi. Porta con sè un nome antichissimo, di origine ebraica, citato anche nella Bibbia – il primo figlio del patriarca Abramo – che tradotto significa “Dio ascolti”. Ismael ce la fa, a trovare una nuova Mecca. Evidentemente qualcuno lassù ha ascoltato e accolto, la ricerca di Ismael per un futuro migliore lontano dalla sua terra di origine. Divenuta un inferno. Quella Siria dilaniata da 15 anni di guerra, distruzione e miseria in nome di interessi più grandi. Interessi di altri, mascherati da odio etnico e religioso, tizzoni accesi nel nuovo millennio in totale rottura con il percorso storico e culturale di un’area del mondo – il quadrato di colline e montagne che unisce Damasco, Aleppo e le sponde del Mediterraneo – che era arci-noto per la tolleranza e la capacità di fare sintesi tra innumerevoli anime. Cristiani, ebrei, musulmani, armeni, circassi, curdi, siriani. Un’ unica grande koinè, per secoli e secoli un esempio per l’umanità tutta.

E poi boom. Bombe e terrore. Un paese sventrato e diviso. Tutto finito, nel nome di interessi più grandi. Interessi di altri, che costringono migliaia e migliaia di persone a scappare. Con la grande incognita di non conoscere, spesso, l’esito del viaggio. Speranza e morte che viaggiano a braccetto, su un sottilissimo equilibrio. Ismael rischia ma senza mai perdere il sorriso. L’ironia e la sua naturale empatia con le persone lo aiutano, e lo salvano.

Nell’interpretare Ismael, l’attore Massimiliano Frateschi attinge ad un considerevole bagaglio di espressività e preparazione. E’ intenso, appieno nel personaggio, per la profondità di un tema che lo coinvolge in forma evidente ma anche perchè la storia da lui scritta e raccontata, in sul finir di aprile, a Roma, sul palco del Teatro Trastevere, produzione La Gabbia Teatro, nasce dalla testimonianza di un suo caro amico. Conosciuto e frequentato giù dal palco. Si chiama Adnan, ma in scena diventa Ismael, è musulmano ma conosce l’italiano, addirittura con cadenza romana. La madre, prevedendo il distacco del figlio, aveva insistito perchè arrivasse pronto al momento della partenza con la lingua di Dante in valigia. Ismael ha imparato e bene, con accento arabo, anche gli intercalari. “A zìi“, “Mortasci tua“, espressioni gergali che scatenato le risate del pubblico.

L’avventura di Ismael tra Medio Oriente ed Europa – accompagnate dalle musiche arabeggianti di Mubin Dunen – è occasione per togliere i veli da una condizione, quella dei migranti, che divide l’opinione pubblica. Se un giovane parte e molla tutto, senza avere alcuna certezza, evidentemente un motivo ce l’ha. Ci suggeriscono questo spunto, la drammaturgia di Frateschi e la regia di Graziano Piazza, supportato da Aleksandros Memetaj e Beatrice Picariello. D’altronde, qualcosa di simile è accaduto a un certo Gesù il Nazzareno – si evidenzia nello svolgimento – che però le Sacre Scritture hanno glorificato. E invece perchè costringere ad una gimkana da cardiopalma le decine di Ismael che ogni giorno partono in cerca di una vita più serena? L’interrogativo emerge con forza dirompente, i rischi quotidiani dell’avventura di Ismael portano anche Frateschi a chiudere esausto. Ma vittorioso, perchè Ismael, in qualche modo, grazie alla solidarietà e a strani incroci del destino – ma non certo in virtù di equi diritti – ce l’ha fatta. Dalla sala di un qualunque ufficio d’immigrazione dicono “sì”: le porte del Vecchio Continente si aprono, e ora, forse, potrà persino far valere il suo brillante percorso di studi universitari.

La testimonianza di Frateschi aggiunge come invece altri, tanti altri, siano meno fortunati di Ismael. Vengono rispediti come un reso al mittente, nonostante gli ingenti risparmi investiti e le innumerevoli peripezie vissute durante il tragitto.
Tanti altri manco ci arrivano alle dogane, presi di mira, feriti e a volte uccisi da fanatici e vili predoni.
Altre volte ci si mettono gli estremi del clima a fare selezione. Una selezione che non ha alcunchè di naturale.

Se questo è un mondo. Sipario.

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