Vacanze romane per la Traviata

24 Luglio 2023

di Emiliano Metalli

La Traviata nella versione di Lorenzo Mariani torna in scena per la stagione estiva del Teatro dell’Opera di Roma all’interno della incantevole cornice delle Terme di Caracalla e ci resta fino al 9 agosto: un buon motivo per affrettarsi sugli ultimi posti disponibili!

Lo spettacolo ripropone il sapore romano della “Dolce vita” nei quadri corali, con abbondanza di paparazzi – ben integrati nel dramma pur essendo soltanto figuranti, cioè con una chiara funzione drammatica rispetto alle vicende principali –, personaggi stravaganti e giovani coppie in vespa coordinate da un iconico “pizzardone”.

Se Cinecittà sembra il richiamo più immediato al principio del primo atto, grazie al grande cartellone pubblicitario e al favoloso red carpet, sono però i due momenti d’assieme, chi per un verso chi per l’altro, che concorrono a rinverdire gli eccessi dei primi anni ’60. In particolare nella festa a casa di Flora, costei una sorta di sensuale Aïché Nana, sembra riecheggiare la mitica serata del novembre 1958 al Rugantino di Trastevere, per alcuni vero atto di nascita della “Dolce vita”.

Nelle scene a due, la regia torna più essenziale e intima, concentrandosi sul rapporto spaziale dei corpi e nel contatto fra loro. Può farlo perché i tre protagonisti dimostrano una dimestichezza scenica, ma anche una consapevolezza del proprio ruolo tale da rendere credibile persino l’atteggiamento più tradizionalista. Riescono, quindi, a trovare la giusta misura fra idealizzazione e realtà, che è forse il compito più arduo di ogni allestimento operistico attuale.

All’esito felicissimo di questa regia contribuiscono senza alcun dubbio le coreografie di Luciano Cannito, che ha saputo integrare il Boogie Woogie con i brani corali verdiani e fondere insieme le atmosfere burlesque alla Moulin rouge con quelle più rock alla Grease, ma anche le duttili e lineari scenografie di Alessandro Camera, che si sono adattate a ogni momento del dramma, nonostante qualche problema tecnico nei pericolosissimi cambi a vista, e i perfetti costumi pensati da Silvia Aymonino.

La direzione di Paolo Arrivabeni entra nel solco della tradizione, una fruibilissima e nobile tradizione che poco si interessa alle puntature o alle acrobazie vocali, ma che è molto attenta al fraseggio degli interpreti dando loro tempi e pause di grande respiro per permettere una performance senza scossoni. Una visione, quindi, professionalmente contemporanea, senza eccessi né gigionerie, ma con intenso scavo della parola scenica. E in effetti i cantanti appaiono tutti a loro agio.

Diverso è il critico discorso sull’amplificazione che non permette mai di godere del lavoro fatto con e per l’orchestra. È un limite – e al contempo un peccato – che in una cornice così perfetta, proprio il suono (leggi: il sistema di amplificazione) sia imperfetto. Così non solo non è possibile valutare con consapevolezza il lavoro dei professori d’orchestra, ma neanche apprezzare elementi essenziali della scrittura musicale, come i piani sonori – cari, carissimi a Verdi – differenti fra interno ed esterno.

I tre protagonisti hanno condotto a termine lo spettacolo senza incrinature, ma anzi con un crescendo di pathos e di coinvolgimento del pubblico che è sfociato in applausi intensi, nonché equanimi, per tutti. Violetta Valery è incarnata da Francesca Dotto, voce italianissima di soprano lirico, che ha il suo asso nella manica nel mezzoforte e nel fraseggio. Una dote che riesce, in alcuni momenti, a illuminare parole già note con una luce rinnovata e intrigante. Anche la scena le appartiene, avvezza al ruolo per le molte e importanti produzioni a cui ha preso parte, non cede neppure di fronte all’impegnativa chiusura del primo atto. Inutile cercare il pelo nell’uovo, rispetto a molte colleghe la Dotto sa il fatto suo come Violetta e lo dimostra in palco senza dubbio alcuno sia nelle attesissime arie sia nei difficili duetti.

Lo stesso discorso vale per l’Alfredo di Giovanni Sala che sfoggia un timbro morbido e affascinante, incantevole in Mozart, ma non meno efficace in questi ruoli verdiani che non necessitano di un eroismo sonoro (non parliamo di Trovatore, per dire), bensì di una consapevolezza di linea, di una intelligenza di approccio, di una attenzione alla parola. Tutte doti di cui il giovane tenore è tutt’altro che privo.

Inoltre, entrambi erano sulla scena più che credibili amanti, non tanto e non solo per gesti enfatici, ma per piccole attenzioni, dettagli che, pure nell’immenso spazio di Caracalla, si colgono e restano impressi: un tocco della spalla, un dettaglio della mano, uno sguardo.

Un passo indietro rispetto a loro, per quel che riguarda la scena, è Christopher Maltman nei panni di Giorgio Germont. Più statico e, a tratti, anche meno duttile ed eccessivamente rigido. Tuttavia la staticità, che è forse insita in questo ruolo di padre morigerato eppure in certa misura non tradizionalista, non è un limite, ma diviene equilibrio scenico rispetto all’esuberanza giovanile di Violetta e di Alfredo. In effetti è sempre Germont a costituire un freno ai movimenti irrequieti dei due giovani e a permettere loro una stasi o l’inizio di un nuovo movimento, in corrispondenza di una evoluzione musicale. Per quanto riguarda l’aspetto vocale, tuttavia, è certamente un Germont centrato nel ruolo: timbro maturo, acuti svettanti e fraseggio misurato gli garantiscono più di un applauso a scena aperta.

Attorno a questo trittico, una girandola di validi e giovani interpreti, parte dei quali frutto del Progetto Fabbrica YAP. Su tutti spiccano, almeno vocalmente, l’avvenente Flora Bervoix di Ekaterine Buachidze e il marchese d’Obigny di Mattia Rossi.

Pubblico al limite della capienza e una pioggia di applausi sinceri, senza inutili esagerazioni, sono il segno di un successo raggiunto e meritato.

Tutte le immagini sono di Fabrizio Sansoni-Teatro dell’Opera di Roma.

Terme di Caracalla – stagione estiva del Teatro dell’Opera di Roma

G. Verdi, La Traviata

direttore Paolo Arrivabeni

regia Lorenzo Mariani

Collaboratore alla regia e coreografo Luciano Cannito

Maestro del Coro Ciro Visco

Scene Alessandro Camera

Costumi Silvia Aymonino

Light deisigner Christian Rivero

Video Fabio Massimo Iaquone, Luca Attilii

Principali interpreti

Violetta Valery Francesca Dotto

Alfredo Germont Giovanni Sala

Giorgio Germont Christopher Maltman

Flora Bervoix Ekaterine Buachidze*

Annina Mariam Suleiman*

Il barone Douphol Arturo Espinosa**

Il marchese d’Obigny Mattia Rossi*

Dottor Grenvil Viktor Schevchenko

Gastone Nicola Straniero*

Giuseppe Michael Alfonsi

un domestico Daniele Massimi

un commissionario Fabio Tinalli

*dal progetto “Fabbrica” Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma

**diplomato “Fabbrica” Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Non perdere

Al Teatro dell’Opera va in scena il (melo)dramma di Otello

di Emiliano Metalli L’aggettivo “melodrammatico” significa “esagerato, teatrale, ostentatamente passionale”.