Ginesio Fest 2023, intervista a Sara Putignano: “Il teatro è la mia casa”

31 Agosto 2023

Il Ginesio Fest, festival dedicato all’arte del teatro, ci ha proprio colpito. Per l’organizzazione efficiente, per la sapiente direzione artistica di Leonardo Lidi, per la passione messa in campo con tutte le energie da Isabella Parrucci e dai generosi volontari – giovani e giovanissimi – di San Ginesio. Entusiasmo, leggerezza, buone maniere, aria buona, un borgo meraviglioso per quanto ancora ferito dalle conseguenze del sisma del 2016.

L’ atmosfera che abbiamo respirato è salutare, genuina, a tratti commovente. San Ginesio, terreno fertile per una rinascita che da queste parti vogliano – e a ragione – passi in primo luogo per la potenza dell’arte e delle sue espressioni. A cominciare dalla magia del teatro, di un teatro che sia inclusivo e di tutti.
Si respira fermento: il “Borgo degli attori” è ormai avviato, ad oggi risulta ancora un cantiere ma siamo certi che, con il supporto fattivo delle istituzioni, nel tempo diventerà una realtà di riferimento a livello nazionale.

In occasione della nostra sortita ai piedi dei Sibillini, abbiamo incontrato Sara Putignano, attrice in rampa di lancio nel panorama nazionale, insignita nell’edizione del Ginesio Fest 2023 del Premio “All’Arte dell’Attore”. Una professionista di altri tempi, dotata di profondo carisma e raffinata sensibilità.

Un raro talento, stimato fin dagli inizi dai più grandi Maestri del teatro italiano, tra cui Luca Ronconi che la scelse per il ruolo della Madre nel suo “Sei Personaggi in Cerca d’Autore. E’ stata diretta (tra gli altri) da Valerio Binasco, Sergio Blanco, Silvio Peroni, Giorgio Barberio Corsetti, e nel frattempo ha avuto modo di distinguersi anche sul grande e piccolo schermo. Una attrice con la A maiuscola, un fascino e una classe da diva, una versatilità e una solidità tale che la porterà a scalare vette sempre più alte nel teatro, che considera come una casa, e non solo.

Sara, ti aspettavi di ricevere questo premio? Che significato ha per te?
Sono grata e onorata di esser stata scelta dalla Giuria (presieduta da Remo Girone e composta da Giampiero Solari, Rodolfo Di Giammarco, Lucia Mascino e Francesca Merloni, ndr). Isabella è stata meravigliosa quando mi ha contattata. Ricevere un premio è per me un incoraggiamento ad andare avanti e migliorare sempre, di progetto in progetto. Soprattutto perchè questo è un mestiere che si costruisce e si distrugge molto velocemente. Qui a San Ginesio si respira tanta energia positiva, e c’è voglia di costruire e andare avanti, nonostante il trauma del terremoto. Visto che è il santo protettore degli attori, auguro che San Ginesio mi protegga sempre.

Quando hai avuto la vocazione per la recitazione? Quando ha capito che “essere” l’attrice era la tua strada?
Mi vien da sorridere se penso che tutto ha avuto inizio nella mia città natale, Martina Franca. Da bambina venni selezionata, insieme a mio padre, per la pubblicità della “Coppa del Nonno”. Bella esperienza, ci presi letteralmente gusto e, negli anni a seguire, feci la comparsa per diverse edizioni della lirica al Festival della Valle d’Itria. Martina Franca è legata indissolubilmente alla figura di Paolo Grassi, e così presi parte ai Laboratori proposti dalla Fondazione a lui intitolata. La recitazione mi faceva stare bene, la preferivo alla vita reale. Quello che era un istinto di piacere prese consapevolezza dopo il mio trasferimento a Roma. Arrivai a 18 anni per studiare Lettere, cominciai a sostenere e con profitto gli esami. Tuttavia, accanto al mio appartamento, che era distante dall’Università, proprio quell’anno aprì il Cantiere Teatrale diretto da Fioretta Mari. Quel che doveva accadere, accadde. Partecipai a qualche laboratorio e, dagli sguardi delle persone che studiavano insieme a me capii che potevo fare seriamente ciò che davvero volevo, diventare un’attrice. Feci i provini per entrare all’Accademia Silvio d’Amico, non ci credevo ma mi presero, insieme ad altri 17 su 900 aspiranti. Fu il punto di non ritorno e iniziarono tre anni meravigliosi, con un gruppo di colleghi con cui peraltro legai tantissimo.

Hai lavorato con Ronconi, ultimo grande maestro del teatro moderno, quali sono i suoi insegnamenti che porterai sempre con te?
Giunta al terzo anno di studi, l’Accademia offrì alla classe diverse opzioni, e decidemmo di seguire il laboratorio con Ronconi. Preparammo i “Sei personaggi in cerca d’autore”, suscitando peraltro l’interesse del Centro Pirandelliano, che chiese di derivarne uno spettacolo. Ronconi accettò la proposta e mi inserì tra gli allievi scelti per il progetto. Prese così forma l’esperienza di creazione di uno spettacolo più incredibile della mia vita. La gestazione fu lunga, durò tre anni e arrivò sul palco di Spoleto. Entrare in una dimensione di lavoro con la visione di Ronconi è stato come boom! Accedere ad un’altra galassia. Con lui ho proseguito per altri 5 anni, seguendo i laboratori del Centro Teatrale Santacristina. Era, Santacristina, il luogo della sua libertà, lo creò per sperimentare e per lavorare sui giovani. Si distingueva per il metodo rigoroso, ma ha anche insegnato a tradire le regole. Ronconi voleva capire fin dove gli allievi erano in grado di reggere alle pressioni psicologiche, anche forti. Ha speso parole belle per me.

Nei “Sei personaggi in cerca d’autore” eri una “Madre” imponente, trasformata, nonostante la giovanissima età, nell’aspetto e nella voce. Che ricordi hai di quello spettacolo e del lavoro sul personaggio ( costruito attraverso il percorso del Centro Teatrale Santacristina)?

Non riuscivo a immaginare come io, che all’epoca avevo 23 anni, potessi riuscire a svolgere il ruolo di questa madre. Ci fu una trasformazione incredibile per entrare nel ruolo. Questa maschera fu soprattutto un’esperienza fisica, Ronconi mi ha fatto sentire la densità dell’aria. Le parole come lame che tagliano la materia. Tutto però partiva dal corpo, da sensazioni fisiche dello stare in scena che sono diventate poi dei capisaldi del mio percorso. Ricordarsi di avere un corpo da tragedia.

Hai avuto modo di lavorare con un altro grande nome del teatro contemporaneo, uno dei più interessanti della scena internazionale, Sergio Blanco, in Zoo, spettacolo dotato di estrema modernità e allo stesso tempo infinita sensibilità e umanità, di cui il tuo personaggio, la dottoressa si fa portavoce.
Che differenza hai riscontrato nel lavorare con un regista e drammaturgo straniero?

Blanco mi ha avvicinato ad un concetto della recitazione molto vicino al mio gusto. Ho trovato un grandissimo rispetto e cura per la professione dell’attore, molto più alto che in Italia.

-Sei una tra le attrici più promettenti della scena italiana, hai quel talento e quella classe che ricordano una moderna Maria Paiato. Quali sono i tuoi idoli “attoriali”?

Ah sì, Maria Paiato? Ma è un grandissimo complimento! Lei è straordinaria, è una di quelle attrici che quando la guardi capisci perchè hai deciso di intraprendere questo mestiere. Interpreti come lei li ringrazi, rappresentano un grande stimolo per andare avanti. Altri colleghi che adoro sono Sandra Toffolatti, Arianna Scommegna, Orietta Notari, Fabrizio Gifuni, Pierfrancesco Favino. Lino Musella (anche lui premiato a San Ginesio, ndr). L’importante è che vengano diretti con dovizia, il teatro è un lavoro di gruppo.

Con chi vorresti lavorare, tra loro?
Con tutti!

Come appare ai tuoi occhi l’attuale scena teatrale italiana?
Vedo tante isole solitarie. Il teatro ha bisogno di uscire dalla sua autoreferenzialità e deve aprirsi, osservare il mondo, le persone. Un teatro cieco è un controsenso. Non viviamo più nell’epoca delle grandi carriere, adesso lo scenario si mostra sparpagliato e polverizzato. C’è poca idea di costruzione, ciò è sbagliato. Necessitiamo di più cultura, ma nel contempo abbiamo un disperato bisogno di un teatro più popolare, accessibile e attrattivo per un pubblico ampio.

Spazi dai classici alla drammaturgia contemporanea, non solo italiana.
Hai mai pensato di dedicarti alla drammaturgia? E alla regia?

No, penso che il mio ruolo di interprete sia già abbastanza faticoso, mi assorbe abbastanza. Attore, regista e drammaturgo sono mestieri completamente diversi, e non si può improvvisare. Sono focalizzata sul mio percorso e sto impegnando il tempo per perfezionare ogni aspetto.

Ti vedremo anche al Cinema o in Serie TV?
Ho appena terminato di girare la seconda stagione della serie “Studio Battaglia”. Girerò piccole parti in alcuni film, ma lo ammetto, non si è ancora avverato quell’incontro capace di farmi innamorare del Set dall’interno. Cinema e TV devono ancora aiutarmi a farmi superare una certa confidenza con l’immagine da vicino, che invece in teatro non c’è. Il cercare di conoscermi da un’altra prospettiva.
Sono lavori diversi, che ti mettono in contatto con diverse parti di te. Nel teatro sei più regista di te stesso. Soprattutto sentire il riscontro del pubblico subito è molto meno angosciante rispetto a girare delle scene che rimarranno per sempre e poi non sai che impatto avrà su chi ti osserva sullo schermo di un cinema o sul divano di casa. E’ molto frustrante, quindi posso solo sperare che tutto vada per bene.

Hai un sogno nel cassetto?
Fare un incontro cinematografico di alto livello, per un bel ruolo e con un gruppo di lavoro stimolante.

Anche al di fuori dell’Italia?
Assolutamente. Anche perchè, ad esempio, ho un fratello che vive in Francia. Vorrei andare a lavorare all’estero soprattutto per il rispetto che si riscontra per il ruolo dell’attore. C’è moltissimo entusiasmo intorno al mondo dello spettacolo.
Purtroppo qui in Italia, invece, troppo facilmente le persone vengono trattate male. Da noi l’attore ancora deve giustificare l’essenza della professione, è un mestiere ancora staccato dalla società. Mi avvilisce questa condizione, se pensiamo che poi il teatro risulta uno strumento potentissimo di connessione tra l’uomo e la propria anima. Da consigliare e promuovere soprattutto tra i giovanissimi.

E come osservi, nell’ambiente, i rapporti tra i generi?
E’ un dramma. Noi donne siamo penalizzate, soprattutto se intenzionate a diventare mamme. Conosco gente costretta a nascondere la genitorialità pur di lavorare. I retaggi sono tanti, dobbiamo tutti nel nostro piccolo combattere per una evoluzione culturale del sistema.

Dove ti vedremo, prossimamente, a teatro?
Ci sarà molta carne al fuoco, a cominciare da “Top Girls”, prodotto dal Teatro Due di Parma, per la regia di Monica Nappo, che porteremo in tournèè in giro per l’Italia. E poi la ripresa del “Mercante di Venezia” e un progetto ancora in fase di sviluppo.

Intervista a cura di Claudio Riccardi in collaborazione con Maresa Palmacci

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