“Lo zoo di vetro”, grande teatro a Roma e una straordinaria Isabelle Huppert

1 Ottobre 2023

Dieci minuti di scroscianti applausi, meritatissimi, e un Teatro Argentina di Roma letteralmente in visibilio, il 23 e 24 settembre, per la prima nazionale de “Lo zoo di vetro”, evento inserito nella programmazione del 38esimo Roma Europa Festival.
Il fiammingo Ivo Van Hove a dirigere un convincente adattamento del dramma autobiografico di Tennessee Williams, tra i più rappresentati in assoluto sui palcoscenici di tutto il mondo negli ultimi 70 anni.

La produzione, Odéon – Theatre De l’Europe, fa incetta di riconoscimenti per un progetto che venne portato per la prima volta in scena nel 2020 all’International Theatre di Amsterdam.
Tutto accade, in scena, tra le pareti della casa in cui Tennessee è cresciuto negli anni giovanili – siamo a Saint Louis, Missouri, città conosciuta negli States come “la porta del West” – quelle mura domestiche che, nell’originale stesura di Williams, sono quieto rifugio ma nel contempo quella prigione da cui scappare è doveroso, eppur doloroso, per intraprendere la propria strada.

Gli arredi, l’allestimento scenico e un sottofondo sonoro persistente descrivono un ambiente caldo, ovattato, rassicurante. Ma anche totalmente distaccato dall’esterno, quel mondo in cui prende forma la vita. Pienamente rispettato lo schema narrativo originale: ci sono la Madre, il Figlio, la Figlia e un Giovane visitatore. Nell’ordine una stratosferica (a dir poco) Isabelle Huppert, Antoine Reinartz, Justine Bachelet e Cyril Guei. Recitazione in un francese incalzante e spietato.

Sono tutti loser, i personaggi. Tranne forse Tom, che infatti prende e se ne va. Da un sistema che denuncia pesanti distorsioni. Un’America che, uscente e a pezzi dalla Grande Depressione, scopre quanto non sia infallibile e incrollabile la triangolazione conoscenza-denaro-potere su cui si incarna la filosofia stars&stripes. Una “terrà delle opportunità” dove, al contrario, si scopre come non ci sia spazio per tutti, e dove chi rimane indietro per un qualche motivo – un difetto fisico, l’incapacità di rimanere sulla cresta dell’onda, una nostalgia anacronistica per le buone maniere del vecchio Sud, la mancanza di intraprendenza – viene confinato ad un’esistenza marginale. Misera. Magari anche dignitosa e strenuamente resiliente, come Amanda-Huppert, Madre grintosa per quanto lasciata sola a crescere due figli diversi per indole ma entrambi lontani dall’aver trovato una propria strada. Vivono ancora in casa, la Figlia-Bachelet storpia e completamente chiusa verso qualsiasi contatto con l’esterno. Il Giovane Visitatore-Guei ci prova, a farla uscire dal guscio, ci riesce anche ma nasconde un segreto che compromette irrimediabilmente l’occasione. Emerge, con il suo ingresso in scena, l’inserimento di un topic fondamentale, l’ascolto dell’altro. Gli interpreti, fino a quel momento, non si erano mai ascoltati, ciascuno portando avanti un binario cieco e dritto di considerazioni, convinzioni e prospettive. Personali, egoistiche. Un mood attualissimo, sembra di vivere i tempi nostri.
Ma è un lampo, l’interesse del Giovane Visitatore per la Figlia, che subito si spegne, come la corrente elettrica che viene a rabbuiare la casa. Si accendono delle candele, sullo zoo di animali in vetro – essere inanimati e dai riflessi abbaglianti – che la Figlia custodisce gelosamente in una teca e che mostra all’amico portato dal fratello Tom, che poi questo Irlandese venuto dall’Occidente africano non è nemmeno nuovo ai suoi occhi.

La scena finale è tutta per una fuoriclasse delle scene, da mezzo secolo. Isabelle Huppert concede al pubblico una scena di strazio che rivela per l’ennesima volta uno straordinario talento, oltre a una prova di incommensurabile energia.
Ma il Figlio-Tom, che poi nessun altro sarebbe se non Tennessee Williams, resiste alle disperate suppliche della Madre, e, pur con sofferenza, abbandona la domus dei Wingfried. Per sempre.

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