Un delitto difficile da capire: In casa con Claude al teatro Belli

31 Ottobre 2023

recensione di Emiliano Metalli

Concepito nell’autunno del 1984 da René-Daniel Dubois, “Being at Home with Claude” vede la sua prima rappresentazione nel 1985 al Théâtre de Quat’sous di Montréal diretto da Daniel Roussel con un successo impressionante. Torna in scena ancora nel 1988, al Théâtre du Rideau Vert, in una produzione rinnovata e diretta dallo stesso autore, e infine al cinema nel 1992 in un adattamento di Jean Beaudin.

Si tratta di un dramma poliziesco a sfondo omosessuale, scritto nel pieno degli anni ’80, ma ambientato negli anni ’60, che Dubois “concentra” in uno spazio temporale “realistico” di un’ora circa. È l’ora finale di un interrogatorio difficile e complesso iniziato molto tempo prima dell’alzarsi del sipario. L’autore sottolinea l’importanza di questo aspetto. La stanchezza e la tensione di questa ultima parte – rappresentata in scena – nello scontro fra i due protagonisti deve essere impostata al massimo delle forze, oltre lo zenith, per concludersi a piena velocità. Questo aspetto, in qualche modo, ne giustifica la brutalità e certi passaggi poco comprensibili.

L’elemento più sconvolgente, allora più di oggi, è la centralità nella vicenda di un ragazzo di vita, un marchettaro, un prostituto, invischiato volontariamente in un fatto di cronaca nera, un omicidio, quasi inspiegabile. Una tela intessuta di nodi irrisolti, difficilmente comprensibili, volutamente occulti e irragionevoli, almeno all’apparenza. È il contesto sociale, come appare alla fine, a dare una corretta – semma si possa parlare di correttezza – luce a tutta la vicenda e, in particolare, alla infelice vita di Yves, il protagonista. Non si tratta di una giustificazione del gesto, bensì di un inquadramento più generale che allarga la critica alla società e non al singolo individuo.

Un testo intricato di cui Giuseppe Bucci, che ne firma adattamento e regia, cerca di mantenere intatto l’elemento di universalità, agli occhi del tempo attuale, ossia il tema centrale che genera il corto circuito nella mente di Yves: la liceità (si legga, almeno nel 1984, la possibilità) di chi, pur scegliendo il sesso come mezzo di sostentamento, vuole avere diritto a una relazione d’amore, con tutto ciò che ne concerne (opposizioni politiche, personali, familiari: che restano tuttavia sullo sfondo).

Rispetto al testo originale, la versione di Bucci punta a concentrare ancora di più l’attenzione sui personaggi, ridotti a due, e sul rapporto fra loro (sebbene gran parte del testo di Dubois rimanga intatto). Uno scontro che prende i contorni di un rapporto erotico fra Yves e il commissario, come si trattasse di un cliente. Bucci elimina i personaggi secondari e ogni elemento realistico della scenografia, spezza letteralmente il dialogo con intersezioni musicali che sembrano generare maggiore confusione nella confessione del giovane. Resta, quindi, solo il movente del gesto delittuoso: la difficoltà di conciliare “vita” e amore, ma si perdono i contorni sociali che a questo movente davano una sorta di cornice negli anni ’60 per gli anni ’80. Agli occhi di oggi il gesto sembra giustificato da altro (un trip? Una psicosi?), perché le condizioni sociali e culturali sono tanto mutate da influenzare inevitabilmente anche la comprensione di una drammaturgia nata, probabilmente, dal desiderio di denuncia sociale. Oggi resta il gesto, forse, da condannare e non più la società. O forse restano le domande, che il teatro dovrebbe proporre allo spettatore.

Ad aumentare il senso di ineluttabilità dell’atto delittuoso, senza però fornirci un corrispettivo mezzo di lettura, è la voyeuristica e caravaggesca nudità del protagonista tinta di sangue, quasi un titolo di coda post interrogatorio, quando ormai tutto è confessato. Non tutto chiaro, ma almeno senza più segreti. Forse. L’azione si svolge in uno spazio scenico asettico, opera di Filippo Stasi, che nulla concede al naturalismo, ma che spalanca ipotesi indefinite: da una cabina di peep show fino a una sala di interrogatori stile FBI (anche se siamo in Canada!).

Dei due interpreti si nota chiaramente la distanza di stile interpretativo, che da una parte li inquadra come elementi di due mondi diversi, distanti e vicendevolmente inaccessibili, ma dall’altra impedisce loro di entrare in reale sintonia. Fabrizio Apolloni è il più tradizionale, talmente attento agli aspetti tecnici da risultare a tratti antinaturalistico persino negli accenti più enfatici. Al contrario Andrea Verticchio gioca molto sul versante dell’emotività, fisica e vocale, che produce un effetto notevole in un ruolo come questo, ma può risultare rischiosa sul lungo periodo. Nell’impegnativo monologo finale dimostra però un maggiore controllo e un dosaggio dell’espressività più attento ai dettagli che non guasta, anzi è lodevole. Superare il limite della credibilità è un rischio che, in testi come questo, è spesso dietro l’angolo.

Restano molte domande senza risposta, ma forse è l’inaccessibilità di Yves stesso il significato più nascosto dello spettacolo.

Teatro Belli

In casa con Claude

Di Giuseppe Bucci

Brani tratti da Being at home with Claude di René Daniel Dubois

Con Fabrizio Apolloni e Andrea Verticchio

musiche Jo Coda

scene Filippo Stasi

aiuto regia Anna Bocchino

adattamento e regia Giuseppe Bucci

foto Manuela Giusto

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