Off Off Theatre “Metti, una sera a cena”: l’invito a sospendere il giudizio morale è ancora attuale

26 Gennaio 2024

di Emiliano Metalli

Metti, una sera a cena, in scena all’Off Off Theatre, è l’opera teatrale che Giuseppe Patroni Griffi scrive nel 1967, come drammaturgo ufficiale della Compagnia dei Giovani, segnando così una ennesima tappa nella incrinatura della morale borghese, già iniziata con altre opere, come Anima nera del 1960.

Non era l’unico autore a tentare una destrutturazione dei valori tradizionali, ma fu certamente uno fra i più audaci. Come si evince anche dalla esperienza registica de La governante di Brancati, presentata nel 1965 dopo i lunghi travagli della censura.

Metti, una sera a cena – con la virgola rigosamente sottolineata dall’autore – è messa in scena per la prima volta da un gruppo d’eccezione, che in quegli anni traghettava il repertorio italiano verso orizzonti più moderni: Giorgio De Lullo ne firmò la regia mentre fra gli interpreti figuravano Romolo Valli, Rossella Falk, Elsa Albani, Carlo Giuffré e Umberto Orsini nella parte del giovane Ric.

Il successo fu tale che nel 1969 venne realizzato un film con la regia dello stesso Patroni Griffi insieme a Florinda Bolkan, Tony Musante, Jean-Louis Trintignant, Lino Capolicchio e Annie Girardot.

Il testo si sviluppa, in via ipotetica sembrerebbe suggerire il “Metti” iniziale, proprio attorno alla sospensione del giudizio morale sui rapporti all’interno di un quadro borghese e tradizionalista, in un gioco guidato dalla mente creatrice di Michele, che è drammaturgo e regista di tutti, per un verso o per un altro.

Solo questo propone Patroni Griffi nell’Italia in pieno fermento culturale della fine degli anni ’60? O piuttosto una profonda riflessione sulla crisi – che di lì a poco sarebbe esplosa in diverse direzioni – del “sistema di coppia tradizionale” come la società postunitaria e filocattolica lo aveva traghettato nella nuova repubblica italiana? Ossia vizi privati e pubbliche virtù, ante litteram. Una riflessione che è attuale anche oggi, più che mai.

Di certo non fu per caso che Metti, una sera a cena venne concepita in corrispondenza dell’esplosione delle rivoluzioni giovanili, le stesse che hanno modificato i rapporti con l’autorità familiare e genitoriale e sovvertito, inoltre, il garbato silenzio borghese sul sesso. Dentro e fuori il matrimonio, tramutandolo in un fiume in piena di libero godimento, scevro, quando possibile, proprio dalla moralità.

Riproporre un testo del genere oggi non è né scontato né semplice. Anzi, le dinamiche di amicizia e amore – sottilmente masochistiche entrambe – appaiono agli occhi contemporanei più attuali che mai e quindi anche più complesse da restituire.

Regole sociali e atteggiamenti che quasi sessant’anni fa potevano essere sottilmente aggirati sono oggi obsoleti.

Nonostante questo, il gioco crudele delle coppie ha ancora enormi possibilità drammaturgiche e comunicative e la scrittura di Patroni Griffi, inoltre, infarcita di riferimenti colti fra musica e filosofia ci insegna che drammaturgia non è sempre essenzialità, ma può essere ancora parola e struttura, proprio come un dialogo platonico.

La regia di Kaspar Capparoni coglie i suggerimenti del testo e della sua tradizione, dilatando attese, pazientando su ingressi e uscite di scena che danno il senso di spaesamento di tempo e di luogo. Tutto, in effetti, sembra accadere nello stesso angusto spazio che è il limite borghese: protettivo dagli occhi degli altri, comprensivo delle debolezze.

Le scene di Alessandro Chiti aiutano in questa direzione. Geometriche e oscure, prendono vita e luce differenti a seconda del momento scenico, incorniciando, quasi, gli interpreti e tentando di evocare luoghi lontani, pur rimanendo sempre irrimediabilmente intorno a un tavolo.

È il tavolo il protagonista della scena, la cena, ossia la possibilità di gestire (o farsi gestire) dei partecipanti, come si comprende al finale, quando un sibilante e criptico Carlo Caprioli (Michele) stabilisce i nuovi ruoli con il benestare degli altri, naufraghi appesi a una zattera.

Ognuno mette in campo i propri talenti a favore dei complessi personaggi, a volte arrivando a comunicare con completezza il messaggio sotterraneo insito nel testo, altre restando in superficie, ma attraversando, tuttavia, con dimestichezza le impervie battute della pièce.

Così Kaspar Capparoni, per il cui personaggio si poteva osare di più nel rapporto con l’altro sesso mostrando qualche fragilità, è un Max brutale e virile, ma sempre controllato, mentre Edoardo Purgatori incarna un Ric tellurico e volgare in maniera funzionale all’azione.

Entrambi mancano di sensualità, rimanendo al di qua del sottile limite di brutale desiderio non solo nelle parole, ma anche nelle azioni più allusive.

Corretta e garbata la Nina di Laura Lattuada che migliora nettamente nel finale, quando ogni smorfia e ogni sorrisetto servono a disegnare un carattere sfuggente eppure intrigante.

Divertente, perfettamente a fuoco, varia e calzante la Giovanna di Clara Galante che non ha mai abusato del personaggio, ma lo ha servito con professionalità.

Graziosi i costumi di Valter Azzini, in particolare spicca il colorato abito di Nina dalla fantasia ipnotica.

Off Off Theatre

Ge.A.

presenta

Metti, una sera a cena

di Giuseppe Patroni Griffi

con

Kaspar Capparoni, Laura Lattuada, Carlo Caprioli, Clara Galante, Edoardo Purgatori

regia Kaspar Capparoni

Aiuto regia Orazio Rotolo Schifone

Scene Alessandro Chiti

Costumi Valter Azzini

Direzione tecnica e luci Umberto Fiore

Assistenza tecnica Gloria Mancuso

foto di Manuela Giusto

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