“1 persona”: intervista a Elena Biagetti

8 Maggio 2024

di E. Metalli

Debutta in prima assoluta dall’11 al 13 maggio al Centro Culturale Artemia, 1 PERSONA, spettacolo scritto e diretto da Matteo Pantani.

In scena Elena Biagetti, vincitrice del Premio Migliore Attrice al Festival “In Corti da Artemia 2023”, alle prese con un monologo metateatrale, tutto al femminile. La incontriamo per farci raccontare qualcosa in più su di lei e sul suo lavoro.

Mi verrebbe di chiederti: che belva ti senti? Ma forse andiamo fuori tema… Allora ti chiedo: che attrice sei?

Questa è una domanda davvero difficile. Soprattutto nel momento in cui mi trovo. Però sento che la mia idea su questo lavoro sta cambiando e che forse lo sta facendo in meglio. Ed ho finalmente capito che questo mestiere lo posso fare (cosa di cui non ero sicura), perché non lo considero tale. È un modo di essere, un modo di vedere le cose. E quindi paradossalmente io sono un’attrice che non è un’attrice.

E che attrice ti senti in questo spettacolo che è a metà strada fra diversi generi?

In realtà, e a questo punto mi viene da dire che tutto si collega, in questo spettacolo non sono un’attrice, sono proprio io. Il mio essere attrice magari si può trovare nella tecnica, nel modo in cui provo a bilanciare i tempi e a fare un movimento in un certo modo, cosa per la quale c’è anche il regista, Matteo Pantani, che mi vede da fuori. Però per il resto sono io come Elena.

Il genere: oggi è una parola importante eppure molto abusata. Non entro nei dettagli dei generi che ci circondano, ma soltanto (e non è poco!) in quello femminile. Quanto conta il tuo essere donna nel tuo lavoro artistico? Nella tua vita quotidiana? Riesci a distinguerli?

Il mio essere donna è insito in me. Io sono una donna, mi sento una donna, ma questo non influisce sulle altre cose. Magari influisce a livello fisico, perché in momenti della mia vita sto peggio per alcune cose legate al mio essere donna, ma questo non lo sento nel mio modo di pensare o di agire, nemmeno nel fare l’attrice. Se si tratta invece di parlare di ingiustizie, nel farci pesare di essere delle donne, non mi tiro di certo indietro. Magari lo ironizzo, ma solo per esorcizzarlo. Perché trovo assurdo si debba combattere per delle cose che dovrebbero essere naturali e nemmeno messe in discussione.

Come sei arrivata a questo spettacolo? Quale è stata la gestazione?

Nel 2020 Matteo Pantani mi ha regalato questo testo per il mio compleanno. Eravamo in piena pandemia. Il testo era molto diverso per certi aspetti, era figlio di un periodo molto oscuro per il teatro, l’arte e la cultura in generale. Però ha sempre mantenuto la volontà di parlare di quanto tutto questo sia importante per noi, per la nostra società. Quanto potrebbe aiutarci se considerato e visto in altro modo. E appena ho letto il monologo, mi sono convinta a volerlo mettere in scena. Ci ha messo un po’, ma nel 2023 ha trovato la luce e da lì è partito un viaggio di sperimentazione e di evoluzione del lavoro che ora è diventato intero. Ma non completo secondo me. Non si smette mai di crescere.

Il tuo mestiere ha avuto nei secoli considerazioni agli antipodi: da persona sacra e in contatto con il divino fino ai margini sociali. Oggi in quale categoria rientra l’essere attori? E l’essere artisti più in generale?

Mi collego alla domanda precedente dicendo che, secondo me, forse abbiamo travisato la funzione dell’arte. Abbiamo fatto un po’ vincere l’aspetto economico e l’importanza che ha acquisito. E non dico di non esserci cascata pure io, perché comunque è un pensiero costante. Ma sento che è proprio legato al fatto che abbiamo cominciato tutti troppo a dare importanza a quello, dimenticandoci che cos’è l’arte, il teatro la cultura e cosa siamo anche noi artisti. E quindi in realtà gli diamo un’importanza diversa, sbagliata, più debole. Per questo non riesco a rispondere in quale categoria la vedo e ci vedo, perché so solo che è una categoria comunque sbagliata.

Prodotto, capitale, guadagno, ricchezza: come si collegano alla creatività?

Per tutte le ragioni che ho detto fino ad ora, secondo me per la maggior parte la limitano. Ovviamente possono anche aiutarla perché le permettono di prendere vita e prenderla bene, però la possono limitare nel momento in cui diamo loro troppa importanza.

Tu come hai scoperto il teatro?

In realtà, penso di aver scoperto che si chiamasse teatro solo più avanti, ma sapevo già cosa fosse. Lo facevo a tre anni in salotto con i miei fratelli davanti ai nostri genitori, cantando canzoni o creando situazioni (per lo più assurde, ovviamente).

Cosa ti spinge nelle tue scelte lavorative?

Penso, per lo più, le persone con cui lavoro. Sono stata molto fortunata fino ad ora, ma per me è davvero importante trovarmi bene con chi lavoro. Serve allo spettacolo. Altrimenti si sente. Poi questo non significa che non lo farei in ogni caso o che non venga bene lo stesso per certi aspetti, ma sicuramente è meno divertente e stimolante.

Il tempo muta queste scelte? In che modo incide? Il tempo attuale o quello di sempre?

Si beh, penso che cambi anche con l’età, con il cambiamento di consapevolezza delle cose e di quello che è importante per te in quel momento. Ci si augura che in ogni caso ci sia una base solida, una motivazione per cui hai deciso di fare quello che fai e benché qualcosa cambi, quella rimane sempre immutata.

Se avessi una macchina del tempo, quale ruolo del teatro vorresti ricoprire per la prima volta? Cioè in che modo vorresti incidere sulla storia del teatro?

Probabilmente avrei voluto creare il clown teatrale. Perché ha tutto. È divertimento e tristezza profonda insieme. È completo.

Oggi è ancora possibile parlare al pubblico per veicolare un messaggio di trasformazione sociale?

Non lo so, sto ancora cercando di scoprirlo. È anche per questo che faccio questo monologo. Nel mio piccolo sto cercando di vederlo con i miei occhi se è ancora così.

Quale trasformazione vorresti?

Io vorrei solo che ci rendessimo conto di quanto ci siamo persi. Di quanto spesso ci concentriamo nelle cose sbagliate e di quanto sarebbe facile essere felici, anche scontrandoci, ma facendolo con apertura, condivisione e cervello.

Lasciaci con una battuta del testo che ci faccia venire la voglia di scoprire “1 persona”

“Sembra una di quelle robe di denuncia per lo stato dei lavoratori dello spettacolo, che poi ci butti dentro anche un po’ di questione femminile, i diritti, la libertà…ma ora…Lady Gaga?”

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