di Emiliano Metalli
Torna Il grande vuoto al Teatro Vascello, dopo il successo nella passata stagione e le quattro candidature ai premi UBU 2024 (spettacolo, regia, attrice e luci). Si tratta della terza tappa della Trilogia del vento ideata da Fabiana Iacozzilli, un’indagine artistica su tre fasi dell’esistenza.
Quella presentata nel Grande vuoto è la storia di una famiglia che si dissolve, a causa della morte e della malattia, ma che non rinuncia all’amore. Il vuoto che lasciano le persone, fatto di ricordi ingialliti o estinti, di abitudini reiterate nell’assenza e nell’essenza, è però grande. Questo elemento dimensionale acquisisce una molteplicità di significati. Perché mentre “vuoto” è un termine definito, “grande” sembra indurci a riflettere sulle caratteristiche stesse di questa “grandezza”, attraverso il linguaggio teatrale e oltre la sua azione.
L’aggettivo scelto sta a indicare l’impossibilità dell’animo umano di sopportare questo vuoto?
O per dare l’idea che tale dimensione non sia comprensibile alla mente, come fosse una qualche legge sulle distanze siderali?
E ancora, perché non riferirsi, invece, alla “maestosità” dell’atto di trasformazione che l’arte compie sul “vuoto”, cioè su un’assenza che è immateriale, pur mantenendosi presenza fisica?

L’ipotesi nasce dal “materiale” di partenza – frutto di un equilibrio fra narrativa e realtà – che risulta una situazione già nota: il lento declino di una donna anziana, vedova, con due figli dalle vite complicate. Vite appena accennate, ma certamente non risolte, appese, sospese e non centrali nella narrazione. Da questa dimensione “piccola” e per nulla vuota di oggetti quotidiani – dalle buste della spesa alle stoviglie, dalle cravatte alla matrioska – Fabiana Iacozzilli e Linda Dalisi costruiscono il viaggio verso il vuoto. Che è perdita o forse solo trasformazione inevitabile.
Le vicende partono dalle prime avvisaglie di una schermaglia amorosa per una terza età che ha ancora voglia di tenerezza, con la centralità di una donna che è ancora seducente, bizzarra, ironica, rivoluzionaria. Fuma, ride, si arrabbia con il marito e intanto perde qualche brandello: la borsa dimenticata, la ripetizione nelle indicazioni, sintomo di un controllo ossessivo che sfugge di mano di lì a poco.

Il vuoto “gorgoglia”, come sottolinea Linda Dalisi, e si allarga – e con esso la scena e i suoi partecipanti – in un lungo pranzo di famiglia: il posto vuoto, accanto alla figlia, è un chiaro segnale di una perdita. Ma il tempo scorre come prima fra battibecchi, dichiarazioni e ricordi. Questo suo scorrere è azione, movimento, misto alla reiterazione di certi ricordi e alla difficoltà di mantenere invece le informazioni più recenti.
Sulle prime questo corto circuito genera ilarità, poi gela il cuore: consapevolezza di una china che non sarà più risalita.
Il cambio d’abito della madre – un gesto di per sé quotidiano e profondamente teatrale, simbolico, rituale – è un segnale di passaggio. Un baratro si apre fuori e dentro il sistema familiare. Un baratro (vuoto esso stesso) che ognuno vive differentemente.
Nella scansione drammaturgica si potrebbe parlare di fasi. Nella prima fase questa situazione era accennata, nella seconda essa trova conferma.
Nella terza si affronta il tema del vuoto comunicativo, che diviene a senso unico. Cambia anche il linguaggio drammatico, si contamina il teatro con il video. Entrano in campo le telecamere che “osservano” senza interagire. La madre, quindi, diviene oggetto di controllo, ma anche di disperazione filiale (che non vediamo, ma percepiamo), attraverso un occhio costantemente presente. I figli diventano un Argo che non abbandona mai i gesti materni, ora sconclusionati, incerti, ripetitivi, disperati o ingenui, incomprensibili. La simultaneità dei video che si innescano nel racconto drammatico e ne moltiplicano il punto di vista è di “grande” impatto. I colori falsati, l’impressione di distanza fisica, ma non emotiva, e di immaterialità del corpo, della persona stessa rendono questa osservazione un viaggio onirico, un purgatorio dantesco.

A salvarci dalla disperazione è l’arte. E meglio ancora è la capacità di rendere grandiosi gli accadimenti della vita attraverso l’arte e nonostante il vuoto. La capacità di giocare con i linguaggi, addirittura i loro frammenti – frammenti teatrali, shakespeariani in particolare, ma anche cinematografici – per salvare la memoria familiare prima della sua dissoluzione.
Il picco poetico dello spettacolo è nel finale, in cui tutti entrano nel gioco teatrale della madre attraverso la vestizione e l’azione. Uno zenit in cui l’impiego di elementi tecnici visibili dissolvono, a loro volta, l’illusione dello spettatore mantenendo viva l’illusione della protagonista.
La donna, allora, non è più madre, ma sembra incarnare una figura mitica – Re Lear, ma non solo – da cui prendere le distanze definitivamente. La coscienza del vuoto è completa, mentre la sua grandezza lascia ancora spazio alle possibilità di vita che esso può contenere.
Grande è anche l’intesa fra gli attori che incarnano i familiari: Ermanno De Biagi tratteggia alla perfezione un goffo e poetico marito, mentre Piero Lanzellotti regala sensibilità e spiccato senso comico al ruolo del figlio; Francesca Farcomeni è interprete di stupefacente carisma sia nel versante di “conversazione” che nei momenti più intensi del suo dramma filiale, mentre Mona Abokhatwa, per la prima volta in scena, porta con sé una dolcezza leggera e malinconica.

Su tutti però troneggia Giusi Merli, quando parla in mille e mille accenti differenti per la medesima parola, quando tace e il volto, il corpo, persino i capelli parlano per lei, attraverso i gesti sicuri, la chiarezza di intenzione, l’attenzione al dettaglio, l’ipnotico timbro vocale e l’eccezionale aderenza al momento scenico. Fa pensare a Paola Borboni o a Jessica Tandy, come lei si è in qualche modo avvicinata a un Oscar tardivo, ma meritatissimo.
In questo progetto in cui l’interesse per il cinema e le sue potenzialità narrative – come dichiara Fabiana Iacozzilli – si legano alla ricerca di una forma espressiva, di una lingua scenica che abbia una precisa funzione drammaturgica non si può prescindere dalla contaminazione fra le singole parti che lo compongono.
Le musiche originali di Tommy Grieco e il suono curato da Hubert Westkemper si fondono con le scene di Paola Villani e il video di Lorenzo Letizia per dare vita al set ideale di questo viaggio.

Teatro Vascello
dal 28 gennaio al 2 febbraio dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19 e domenica h 17
IL GRANDE VUOTO
uno spettacolo di Fabiana Iacozzilli
regia Fabiana Iacozzilli
drammaturgia Linda Dalisi, Fabiana Iacozzilli
dramaturg Linda Dalisi
con Ermanno De Biagi, Francesca Farcomeni, Piero Lanzellotti, Giusi Merli e con Mona Abokhatwa per la prima volta in scena
PERSONAGGI E INTERPRETI
Madre Giusi Merli
Padre Ermanno De Biagi
Figlio Piero Lanzellotti
Figlia Francesca Farcomeni
Badante Mona Abokhatwa
progettazione scene Paola Villani
luci Raffaella Vitiello
musiche originali Tommy Grieco
suono Hubert Westkemper
costumi Anna Coluccia
video Lorenzo Letizia
aiuto regia Francesco Meloni
scenotecnica Mauro Rea, Paolo Iammarrone e Vincenzo Fiorillo
fonico Jacopo Ruben Dell’Abate, Akira Callea Scalise
direzione tecnica Francesca Zerilli
assistenti Virginia Cimmino, Francesco Savino, Veronica Bassani, Enrico Vita
collaborazione artistica Marta Meneghetti, Cesare Santiago Del Beato
foto di scena Laila Pozzo
ufficio stampa Linee Relations
produzione Cranpi, La Fabbrica dell’Attore-Teatro Vascello Centro di Produzione Teatrale, La Corte Ospitale, Romaeuropa Festival
con il contributo di MiC – Ministero della Cultura, Regione Emilia-Romagna
con il sostegno di Accademia Perduta / Romagna Teatri, Carrozzerie n.o.t, Fivizzano 27, Residenza della Bassa Sabina, Teatro Biblioteca Quarticciolo
