Parole ad arte: intervista ad Anna Caterina Antonacci

12 Dicembre 2022

di Emiliano Metalli

Gentile e riflessiva, così mi accoglie Anna Caterina Antonacci che ha da poco concluso il suo impegno al Teatro dell’Opera di Roma come Madame de Croissy ne Les Dialogues des Carmélites. Mi ricordo di averla vista in questo stesso teatro nei panni di una affascinante Dulcinea di Massenet e glielo dico, prima di iniziare l’intervista. Lei sorride. Le confesso anche la mia emozione per questo incontro e per la sua disponibilità, reagisce quasi incredula. La sua aura di diva che tutti le riconoscono, senza dubbio alcuno, contribuisce a creare un’atmosfera di sospensione che si scioglie lentamente in un confronto vivace e divertito sulla musica, il cinema e la contemporaneità.

Che significato ha oggi il divismo?

Nessuno. È talmente ristretto a pochissimi artisti e certo non del mondo dell’opera che non ha più alcun significato. Credo che a oggi esista soltanto un divismo al livello del cinema. Sono privilegiati da un punto di vista finanziario e comunicativo, una specie di Olimpo. Nulla a che vedere con l’opera. Il divismo operistico e teatrale è finito da decadi. Nessuno ci conosce né ci insegue per la strada. Mentre i divi del cinema sono considerati come divinità e vivono vite al di fuori del normale. Magari non tutti, ma quella realtà lo rende possibile. Noi siamo dei lavoratori dello spettacolo.

Qual è il futuro dell’arte, in questo caso della musica, in un’epoca di completa riproducibilità tecnica?

[Sospira] Mah, resta il fatto che il teatro è una magia che comincia e finisce in quella sera, chi ama quella magia non può accontentarsi di qualcosa di riprodotto. Grande è la differenza fra ascolto televisivo e presenza in teatro. La tv aiuta e non danneggia, ma l’emozione del teatro non è riproducibile. Questa emozione dovrebbe rimanere viva, ma in realtà lo è sempre per meno persone.

Persino al cinema si va meno. Chi continua a cercare questo tipo di contatto diretto con l’opera d’arte continuerà a frequentare lo spettacolo dal vivo. Ma forse saranno sempre meno perché pigrizia e comodità vincono.

Cosa è cambiato nel mondo della lirica dal debutto a oggi?

Tante cose. Direi tutto. Le recite sono diminuite, innanzitutto. E poi è cambiato il modo in cui si prova: prima c’erano molte più ripetizioni. Ora le prove sono più superficiali, anche se il periodo di tempo alla fine è lo stesso. Ma si lavora meno. O forse ci si concentra su altro. Poi anche la vita dei cantanti è cambiata, la considerazione dei cantanti è cambiata. Non esiste più il concetto della centralità del cantante, e il pubblico asseconda il cambiamento. Persino la mentalità è cambiata: non c’è più voglia da parte del pubblico di dissentire, di fischiare. Ne prendo atto, in maniera né positiva né negativa. Però questo accade.

Quale ruolo vorrebbe cantare di nuovo? Quale non canterebbe più?

Uno dei ruoli che mi è dispiaciuto cantare una sola volta è Gloriana, la protagonista dell’omonima opera di Britten. Ma anche Victoria Bearing in “Vita” di Tutino. Sperammo che venisse ripresa la produzione, anche perché affrontare un ruolo in più occasioni permette allo scavo psicologico di maturare. Ci sono ruoli in cui si ha molto altro da dire e che si vorrebbe far maturare attraverso la frequentazione scenica, ma non sempre è possibile. Rimane difficile esprimere tutto in una sola produzione. Un esempio è “La voix humaine“: nella prima produzione ho capito un terzo del messaggio presente, e poi ripetendola ho capito sempre di più.

Ci sono ruoli, invece, che non canterei nuovamente perché penso di aver esaurito tutto o quasi, come per Cassandre de “Les Troyens” o Carmen.

Come si avvicina al personaggio? Più la musica o più il testo? Lo so che sembra una domanda tradizionalista e tendenziosa… ma non lo è!

Il testo sicuramente, poi la musica lo accompagna e lo amplifica, lo asseconda, ma fondamentale per il personaggio è quello che dice.

Nella costruzione del personaggio l’empatia è una chiave di accesso? O preferisce un approccio di maggiore distacco tecnico?

Dipende. Ci sono personaggi che stimolano empatia e altri che sono più distanti e anche più difficili da comprendere o da condividere. Questo personaggio [Madame de Croissy NDR] mi piace molto, perché affascina con la sua complessità. È una donna di grande intelligenza e di alto spessore morale, che però muore in malo modo. Ma questo avviene come per uno scambio con la futura morte della protagonista, così questo suo finale diviene emblematico. Nonostante ammetta l’abbandono di Dio verso se stessa e le sue figlie – “Dieu nous délaisse! Dieu nous renonce!” – la sua morte è in realtà un passaggio importante nell’opera. Con la Priora ho molta empatia e voglio spiegarla bene al pubblico. In altri personaggi, invece, c’è meno empatia, come è stato per il ruolo della madre nel film di Gianni Amelio “Il signore delle formiche”, anche se artisticamente è stata una splendida esperienza.

Se avesse l’opportunità di raccontarci un segreto della Priora, qualcosa di inconfessabile, a cosa penserebbe? Mi spiego meglio: i personaggi vivono solo nella scena o continuano a prendere corpo fuori di essa, nella sua creatività artistica?

No, no, ci penso prima, leggo, riguardo dei film, rifletto molto su cosa altre interpreti possono suggerirmi. Qualche altra faccia dell’interpretazione che non ho considerato, per esempio. Però per tutto il periodo delle prove e delle recite io vivo molto all’interno dell’opera, non mi spingo oltre.

I Dialoghi costituiscono un passaggio importante di una lunga carriera sviluppata all’ombra del repertorio francese. Come è avvenuto questo incontro mistico? (Mistico per noi che ascoltiamo, magari per lei non lo è…)

Casualmente, come spesso succede nella vita. Prima avevo cantato poco repertorio francese, ma il grande colpo di fulmine furono “Les Troyens” di Parigi nel 2003 e da lì è scoppiata un’attrazione molto forte che mi ha portato a frequentarlo assai spesso. Una scrittura vocale coinvolgente, testi bellissimi, un modo diverso di percepire l’opera e un gusto che si confaceva alla mia sensibilità.

Invece fra le tre Elisabette interpretate quale predilige?

Gloriana mille volte. È un personaggio incredibile. L’Elisabetta di Rossini è un personaggio abbastanza inconsistente, quello di Donizetti si appoggia su Schiller ed è più interessante. In Gloriana, però, la regina è vicina alla morte e ha tutta la vita davanti a sé. È un vero personaggio, direi così reale da essere toccato. Si dice che anche Elisabetta come la Priora non voleva morire, pare sia stata per giorni seduta e non voleva mettersi a letto perché pensava che fosse un modo per vincere la morte. Si tratta di aspetti diversi di una stessa profondità.

Qualche riferimento cinematografico?

Bette Davis e Glenda Jackson sono state magnifiche, ma anche la Blanchett. Ora è troppo artificiosa, ma quando fece quel film era più umana. Da un’Elisabetta all’altra… per la serie Netflix ho amato solo l’attrice più giovane per la freschezza e l’innocenza.

Il signore delle formiche: la madre è stato un ruolo impegnativo per un debutto cinematografico. Cosa l’ha spinta verso questa esperienza?

Mi ha molto incuriosito il ruolo e l’ho trovato interessante, anche se sapevo di non avere esperienza cinematografica. Mi sono affidata al giudizio e all’esperienza di Gianni Amelio. Alla fine il risultato mi è piaciuto. A differenza del teatro, la performance del cinema non è nelle nostre mani, perché tutto viene manipolato dal regista attraverso il montaggio. Sul palco siamo padroni di noi e anche dell’azione, mentre nei film gli attori agiscono e poi spariscono.

C’è un regista del passato con cui avrebbe voluto fare un film?

[Sospira] Beh, tanti. Visconti mi piaceva tantissimo. Ma anche Fellini. Però sono una grandissima ammiratrice di Xavier Dolan. Fare la parte della madre di “Mommy” sarebbe stata una bellissima esperienza, anche se non sarei stata brava come l’attrice che l’ha interpretata! [Sorride]

Cosa la attira nel cinema rispetto al palcoscenico?

Le emozioni del cinema sono fortissime: io mi entusiasmo e mi emozioni molto al cinema. Come spettatrice. È un linguaggio più immediato nel mondo di oggi. I sentimenti sono fortissimi sullo schermo e gli interpreti si amano in maniera più immediata. In più il film resta in eterno. Invece il teatro è espressione dell’effimero.

Se le offrissero una parte in una serie, accetterebbe? Che tipo di serie?

Sì, io adoro le serie. Trovo che siano una forma nuova di film più lungo e quindi più particolareggiato. Fra le mie preferite: La regina degli scacchi, Unorthodox, The Big Bang Theory, La fantastica signora Maisel…

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