La Petite Messe Solennelle a San Gemini per “Rossiniana”, il Festival Opera Incanto 2023

4 Ottobre 2023

recensione di Emiliano Metalli

Composta da Rossini nel 1863 ed eseguita la prima volta il 14 marzo del 1864, la Petite Messe Solennelle è dedicata alla contessa Louise Pillet-Will, moglie del ricco committente presso la cui cappella privata si svolse, alla presenza di ospiti d’eccezione come Giacomo Meyerbeer, Daniel Auber e Ambroise Thomas, la prima rappresentazione assoluta.

Originariamente concepita per un gruppo di dodici cantanti, fra cui i quattro solisti che avrebbero eseguito anche le parti corali secondo le indicazioni rossiniane, questa piccola composizione solenne – forse ironicamente così intitolata da Rossini – è accompagnata soltanto dal pianoforte (due, per la precisione, ma solo per rinforzo sonoro) e dall’armonium.

Anche se una versione per orchestra è stata approntata dallo stesso Rossini qualche anno dopo, questa versione originaria resta più intima e, probabilmente, più autenticamente spirituale rispetto all’altra. La seconda versione, pur godendo di maggiori nuances timbriche dovute ai differenti strumenti dell’orchestra, sembra quasi rinunciare alla centralità e alla potenzialità comunicativa unica della voce umana in favore di altre esigenze. Non è un caso, dunque, che proprio le superbe sorelle Marchisio – indissolubilmente legate alla rinascita della Semiramide fin dalle recite veneziane del 1858 – fossero le interpreti prescelte di questa Messa, accanto al tenore Italo Gardoni e al basso Luigi Agnesi: fedeli alla «pura scuola italiana» cui erano state educate.

La voce umana, dunque, simile a un tramite fra terra e cielo. Rossini in questa composizione riesce a unire insieme molte caratteristiche della musica sacra, senza dimenticare la spiritualità della musica profana e aggiungendo, qui e lì, un beffardo tocco di cinismo seppur cattolico: un approccio sardonico che caratterizzava solitamente il compositore pesarese, più ancora durante il suo periodo tardo.

La versione proposta dal Festival di Opera InCanto, intitolato quest’anno “Rossiniana” perché interamente dedicato a Rossini e più in particolare alla sua musica non operistica, è propriamente quella originaria. Grazie alla sua nitida essenzialità meglio si accompagna inoltre alla severa struttura architettonica della Chiesa di San Nicolò a San Gemini.

A fianco del direttore Giovanni Battista Rigon troviamo, dunque, Emanuele Grigioni al pianoforte, senza altro raddoppio, e Gabriele Catalucci all’armonium. Quest’ultimo è inoltre il direttore della Corale Amerina, la compagine coinvolta nel progetto che, pur non essendo in numero di dodici o di otto, a seconda delle indicazioni e delle distribuzioni rossiniane, ha una numerica adatta alla musica e all’ambiente e porta a casa una esecuzione di buon livello, nonostante qualche dettaglio non propriamente perfetto.

Giovanni Battista Rigon si prodiga nel coordinare strumenti, solisti e coro con schietta dovizia, per mezzo di gesti netti e, data la sistemazione degli artisti, fin troppo ravvicinati ai singoli interlocutori. Questo, però, non sempre si traduce in un accordo fra le parti: un po’ il coro presta più attenzione allo spartito che al gesto; un po’ i solisti viaggiano secondo le proprie dinamiche senza preoccuparsi troppo del Maestro; un po’ il pianoforte non riesce a trovare il giusto bilanciamento volumetrico con l’armonium, facendola troppo da padrone. Un’idea interpretativa, quest’ultima, che non viene meno neppure nell’unico brano solistico di Grigioni, l’Offertorium (Prélude religieux), dove l’attitudine estatica putroppo non si traduce in una dimensione intima.

Il risultato complessivo è, in ogni caso, piacevole all’udito, sebbene privo di sfumature e dettagli che proprio da questa versione ci si sarebbe aspettati. Ritmi e dinamiche di volume si perdono, in qualche passo, e le voci creano impasti sonori a tratti confusi. Accade soprattutto nei brani di assieme con solisti e coro, a fronte di passaggi invece molto intensi e suggestivi nelle sezioni solistiche.

Dei quattro interpreti, che pure hanno dimostrato dedizione e cura del fraseggio, sono però il soprano Elisa Cenni e il basso Federico Benetti a meritare una menzione speciale, sia per il timbro omogeneo e maturo, sia per grazia di una maggiore aderenza tecnica e stilistica ai brani: distinto ed elegante il “Quoniam”, malinconico e intimista l’“O salutaris hostia”. Entrambi gli artisti lasciano un segno molto positivo e ci si augura di ascoltarli ancora in parti operistiche o concertistiche di maggiore impegno.

Non meno interessante il timbro di Roberto Iachini Virgili, che mette in campo un notevole impegno tecnico per la difficile tessitura, ma con qualche imperfezione di emissione che ne penalizza il risultato finale rispetto agli altri.

Diana Bertini cerca di assecondare la scrittura rossiniana, ma alcuni passaggi risultano non pienamente a fuoco e si percepisce troppo la presenza di registri non omogenei fra loro. Questo rende la performance meno accattivante di quanto, forse, la tipologia vocale poteva far sperare.

Grande partecipazione di pubblico e calorosi applausi, in ogni caso, segnano un bel successo del festival e dei suoi organizzatori.

SAN GEMINI, ABBAZIA DI SAN NICOLÒ, DOMENICA 1 OTTOBRE ORE 17.30

PETITE MESSE SOLENNELLE

Elisa Cenni, soprano

Diana Bertini, contralto

Roberto Iachini Virgili, tenore

Federico Benetti, basso

Emanuele Grigioni, pianoforte

Gabriele Catalucci, armonium

Corale Amerina

Giovanni Battista Rigon, direttore

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Non perdere

“Londra a Mezzanotte” di Guidobaldi: un brano di autoanalisi e frustrazione.

“Però se solo avessi tempo, ne userei un po’ per