The boys in the band: malinconici ricordi

recensione di Emiliano Metalli

Dopo il revival americano in occasione del cinquantesimo anniversario dalla prima, la commedia caustica e amara di Mart Crowley sulla vita e la comunità gay della metà del Novecento, prodotta da Thesingingfamily, nell’equilibrata e snella traduzione di Costantino della Gherardesca, per la regia essenziale di Giorgio Bozzo, ha raccolto molti consensi finalmente anche in Italia.
Le repliche del Teatro Sala Umberto sono l’occasione perfetta per (ri)vedere in scena – in una ottica museale – i rapporti fra persone omosessuali antecedenti il decennio di liberazione sessuale per antonomasia, gli anni Settanta. Ma, soprattutto, prima che l’Aids condizionasse assai più pesantemente l’immaginario sociale e la creatività artistica sugli stessi temi che Mart Crowley tratta nella pièce.

Ufficialmente riconosciuta come la prima commedia dichiaratamente gay, The boys in the band debutta nel 1968 e resta in scena per un migliaio di repliche traghettando i suoi personaggi iconici da un decennio all’altro: ma potremmo dire anche da un’epoca all’altra. Una commedia in cui, di fatto, non accade nulla, ma dove i sentimenti e i moti dell’animo sono il centro della riflessione dell’autore. La trasposizione cinematografica del 1970, poi, ad opera di William Friedkin ne suggella il successo, ma la vincola anche ad una visione divenuta ormai parziale e, quasi, claustrofobica per la stessa Comunità gay americana. Agli occhi di oggi, infatti, si percepiscono le tematiche ormai superate, le dinamiche relazionali inattuali, per certi versi, e una vena caustica e ai limiti dell’autolesionismo. Per questo lo spettacolo ha un valore più storico agli occhi degli spettatori di oggi e non riflette quasi per niente la società contemporanea. Questo non vale solo per i temi e per i “tipi” su cui si dipana il testo, ma anche per la sua struttura. Infatti la drammaturgia di Crowley si basa su alcuni principi che sono stati scardinati nei contenuti e nella forma. Il luogo, il tempo e il linguaggio stringono lo sviluppo dell’azione in una narrazione episodica e citazionista, una sorta di compendio dell’omosessualità di quegli anni. E lo fa secondo una modalità di sviluppo tradizionale, in cui a fianco dei personaggi più importanti si accostano fatti secondari, episodi che completano il quadro generale, ma che ne sono in parte slegati. Il gioco delle telefonate (che ricorda Perfetti sconosciuti di Genovese) è impostato su un crescendo prevedibile, per cui al finale non potrà che esserci il culmine drammatico di una situazione irrisolvibile: la stessa e tormentata condizione gay di Michael.

Il luogo – la casa di Michael – è chiuso, serrato al mondo esterno: una dimensione fisica che si trasforma in psichica, una sorta di stanza della tortura da cui i personaggi, per un bizzarro patto extrasociale, non possono fuggire. Persino la divisione spaziale dei luoghi scenici trasmette una sensazione di soffocamento e isolamento del gruppo – e dei singoli – rispetto al mondo esterno.
Il tempo, a sua volta, è limitato: una cena, una serata, la festa di compleanno del caro amico Harold. Dove “caro” va sibilato fra i denti, per invidia o per gelosia. (Chi non ricorda il simpatico ritrovo di Madame Royale?! Ma il cinema italiano è molto più incline al grottesco che al dramma esistenziale). Il tempo di Crowley è realisticamente agito, in esso azioni e reazioni avvengono al momento, alternandosi nei toni, nei linguaggi e presentando una varietà di attitudini, identità, sentimenti tutti verosimilmente plausibili, ma anche cristallizzati da fobie inattuali (o forse ancora attualissime?!), come la vecchiaia o la bruttezza.

L’allestimento di Bozzo resta nei limiti di un rispetto della tradizione, senza appesantirne i difetti, ma anzi favorisce la leggerezza e l’alternarsi degli stati d’animo e delle emozioni dei personaggi, senza troppi psicologismi. A suo favore un cast davvero ben calibrato per capacità, misura, corrispondenza al ruolo. Menzione speciale per Francesco Aricò e Samuele Cavallo che si fanno carico di due personaggi complessi e introspettivi, ma non da meno il mefistofelico Paolo Garghentino (una specie di Truman Capote), l’eccentrico Angelo Di Figlia, il seducente Gabrio Gentilini, l’affascinante Ettore Nicoletti, il sensuale Federico Antonello, lo struggente Alberto Malanchino. Meno interessante (ma forse già dalla penna di Crowley) il cowboy di Jacopo Adolini. Uno spettacolo che segna, in ogni caso, e ci fa riflettere e commuovere ancora oggi.

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