Boccascena: César Brie fra Gatto e Volpe

27 Febbraio 2023

intervista di Emiliano Metalli

Dal 28 febbraio al 5 marzo arriva al Teatro Vittoria di Roma lo spettacolo Boccascena di e con César Brie, che ne cura anche la regia, e Antonio Attisani. Una “strana coppia” della scena che mette insieme le esperienze, le riflessioni e gli ideali di una vita spesa per il teatro.

Incontriamo César che, con grande ironia e sincerità, ci racconta qualche retroscena sulla genesi di questo progetto e sulla sua esperienza di vita in teatro.

Nella presentazione di Boccascena mi ha colpito questa frase: “abbiamo provato nell’illegalità e in clandestinità”. Cosa si nasconde davvero dietro questa sorta di piacere anarchico?

Il progetto di Boccascena si è sviluppato proprio durante le pandemia. L’ultima persona che ho visto in una cena prima del lockdown era Antonio. Anche per lui io ero l’ultimo. Sicuri di non essere contagiati, quindi, abbiamo scritto separatamente per quasi due mesi attorno a un’idea comune, ma ciascuno per proprio conto. Poi ho detto “vieni proviamo”. Ci eravamo già visti a casa sua, per un brevissimo tempo e sempre con mascherina, guanti eccetera… Allora ci siamo incontrati e io lo accoglievo sulla porta dicendo forte: “grazie per essere venuto dottore”. Così tutti quelli in finestra o in balcone pensavano che fosse il medico. Certo il medico si fermava anche sei ore! Io ero in un teatro e casa sua era a pochi metri. Dopo la pandemia siamo andati anche a vivere insieme e abbiamo condiviso spazi e tempi comuni, rafforzando la collaborazione.

Come avete iniziato questo racconto?

Antonio passava un periodo complesso, abbiamo pensato di scriverci l’un l’altro. Ho proposto il tema: Gatto e Volpe. Lui ha subito reagito positivamente. Al principio era nato come un esercizio per mantenerci in contatto e in vita. Avevamo fra le mani più di 80 pagine… lo abbiamo asciugato, lavorato ed è nato così Boccascena.

In che modo avete selezionato le tappe di questo percorso?

Ci siamo completati molto. Io ho fatto teatro tutta la vita, così ho proposto scena e oggetti, lui osservava e aggiustava il tiro con il suo spirito acuto. Ogni osservazione che mi faceva, io la trasformavo in una proposta. Così alla fine non è stata una regia classica, ma un montare insieme, spesso cambiando. Anche in Alta Val Tidone, dove poi ci siamo trasferiti, abbiamo provato all’aperto con tettoia, poi il comune ci ha prestato una sala e alla fine, quando ho creato l’Isola del Teatro, abbiamo avuto uno spazio tutto per noi.

Cos’è l’Isola del Teatro?

Isola del teatro è un luogo, appunto in Val Tidone, dove posso alloggiare fino a sedici persone e dove ho una piccola sala di lavoro con un palco. Tutto arredato con pavimento in legno e stufa, per il freddo dell’inverno. Qui è il luogo dove provo e faccio i seminari e dove abbiamo anche provato Boccascena.

E l’arrivo in palco?

Abbiamo avuto la fortuna di trovare una produzione che ha creduto nel progetto: abbiamo mostrato il testo a Ermanna Montanari di Ravenna Teatro che ha trovato i fondi per l’allestimento. Una cifra modica che però ci ha aiutato molto. Poi abbiamo avuto molte residenze, come presso Olinda – ex ospedale psichiatrico di Milano. In questo modo abbiamo lavorato con calma fino al debutto del 26 gennaio scorso, partendo da marzo-aprile 2022. Una gestazione lenta, ma giusta: anche perché la scrittura era partita da marzo 2020.

Di cosa parla questo spettacolo?

Lo spettacolo è un viaggio nella memoria di due uomini di teatro. La scusa apparente non è realmente una scusa, ma una causa scatenante. Ritrovarsi dopo molti anni: un giovane attore di 100 anni e un giovane professore di 120 anni. Gatto uno e Volpe l’altro. Gatto deve andare in scena il giorno dopo e Volpe a fare una conferenza, ma entrambi hanno sbagliato il giorno di arrivo. Così si scontrano e si confrontano per lo scambio data. Battibeccano in maniera crudele e ironica. È uno spettacolo che vuol far commuovere, ma anche divertire attraverso la cattiveria.

Trattiamo di molti temi come la scuola, l’apprendistato, la vocazione, le ferite, l’addio ai corpi e l’andare via che è il morire, l’uscire di scena. Abbiamo cercato di dire le nostre verità, ma anche i nostri dubbi, mettendoci molto in discussione.

In questo viaggio entrambi ricordano, a tratti, che devono ammazzare Pinocchio e alla fine ci riescono. Perché Pinocchio-bambino rappresenta il perbenismo per questi due vecchi outsider assassini. In realtà è un modo di uscire di scena, una metafora sull’uscire di scena. Le reazioni del pubblico sono incredibilmente commoventi e toccanti allo stesso tempo. Penso che sia il più bel testo che ho fatto fino ad oggi. Un testo che Antonio, con il suo spirito, ha corretto e criticato, arricchito e impreziosito. Ci è servito molto questo essere diversi.

Come nasce questa coppia scenica?

Per caso, direi. Lui aveva smesso di recitare molti anni fa. Poi ha fatto lo studioso, ora ricomincia a fare teatro. Io ho sempre fatto teatro, ma forse le mie riflessioni erano di tipo diverso. Così abbiamo trovato un terreno comune.

Cosa vi accomuna?

Un punto di vista simile negli anni. Noi non ci siamo mai frequentati molto nella nostra vita precedente, la nostra prima conoscenza profonda è nata in questo lavoro.

Cosa vi differenzia?

Quando ci siamo ritrovati eravamo a situazioni simili, per strade diverse. Io, praticando la scena con gli emarginati, ero arrivato a conclusioni sull’attore e la scena che erano molto simili a quelli che aveva Antonio, raggiunte riflettendo e analizzando, da un altro punto di vista. La differenza è nel modo: io sono un praticone, cerco sempre come fare una cosa, come risolvere. Antonio è il mio contrario, parte dalla riflessione.. Poi ci incontriamo. Siamo due persone con carattere, ma senza ego. Questo aspetto è rimasto dietro di noi, ce l’hanno tolto a mazzate… forse anche per questo abbiamo lavorato in modo delizioso. Quando entriamo in scena, nell’abbraccio rituale, le parole che ci diciamo sempre sono: “Sbagliamo con gioia”!

Chi sono Gatto e Volpe?

Io e Antonio!

Boccascena: un luogo, ma anche uno stato della mente, un’idea di passaggio. Cosa vorreste trasmettere con questo spettacolo?

Ce lo chiediamo, a un certo punto. Ci chiediamo: cos’è fare l’attore? I grandi attori sono burattini nelle mani degli dei. Cito René Daumal. Che cosa si cerca oggi? Questo è un discorso che coinvolge soprattutto i giovani. I giovani hanno la sindrome di Cristoforo Colombo: vogliono essere scoperti. Quando sono scoperti diventano subito parte del “sistema”. Anche per questo ho creato Isola del teatro: è un luogo destinato soprattutto ai giovani che vogliono rischiare. Uscire fuori da questo sistema.

Perché si sceglie un teatro sociale, come quello che ha scelto nella sua carriera?

Perché è la mia forma di fare teatro. Non so perché lo scelgano gli altri. Il teatro ha senso perché è teatro, non perché critica o per il tema che sceglie. In scena ci sarà anche una ballata contro l’attore impegnato, certo, io lo sono stato. Ma non ho mai depositato me stesso in un teatro sociale soltanto. Soltanto in quell’impegno! L’attore-poeta è forse il giudice supremo del teatro. Dovrei fare ancora citazioni, ma è meglio vedere lo spettacolo! Il teatro si giustifica solo per come è fatto esteticamente ed eticamente.

Qual è oggi lo “spazio” del teatro?

Nella società attuale praticamente nessuno.

Per astra ad aspera: cosa è più difficile, uscire di scena o andare fuori, cioè accettare la società contemporanea con i suoi evidenti difetti etici e sociali?

Aspera è fare quello che vogliamo fare, senza chiedere permesso a nessuno. A nessun burocrate, nessun politico, nessun critico. Noi abbiamo la nostra ricchezza: vivere come ricchi essendo poveri! Questa è la nostra forza, la più molesta nel nostro lavoro.

Come è possibile mantenere un equilibrio fra la creazione artistica e le esigenze?

Si parla con marginalità e povertà: questo è il prezzo. Ma è irrisorio. Perché quando crei, stai danzando con gli dei.

Cos’è “l’esercizio della sincerità” che vi accomuna in questo percorso?

Forse è la chiave dello spettacolo. Ridurre all’essenza ogni forma. Ridurre al più alto grado di verità ogni testo: che però è anche finzione, menzogna, perché non è vero, ma verosimile. Tuttavia, sono convinto che l’intimo, il personale sia un fatto sociale: se mi sento solo è la moltitudine che si sente sola. Siamo una congregazione di solitudine. È giusto non illudersi di essere soli a morire, urlare, invecchiare. Siamo unici perché lo facciamo in questo momento e a nostro modo. Siamo unici, ma tutti insieme. Per esempio, ho visto lo spettacolo di Paolo Rossi e lo trovo un fratello per il modo in cui affronta il palco. È una parola pulita, onesta, rischia da sé. Siamo soli, separati sul palco, ma tutti insieme!

Teatro Vittoria

dal 28 febbraio al 5 marzo

Boccascena

di e con César Brie, Antonio Attisani

regia Cèsar Brie

interventi musicali Giulia Bertasi, Paolo Brie e Federico Costanza

stendardi e ritratti Marisa Bello – scene e costumi Giancarlo Gentilucci

maschere Andrea Cavarra e Chiara Barlassina – luci Daniela Vespa

produzione Agidi Srl

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