Pagliacci all’uscita: Latini fra Leoncavallo e Pirandello

5 Ottobre 2023

recensione di Emiliano Metalli

Straordinario dittico bifronte, mistura magnetica di intrecci linguistici e stasi iconografiche: questo è Pagliacci all’uscita di Roberto Latini, in scena al Teatro Vascello fino all’8 ottobre.

Latini accosta i testi di Leoncavallo (prima del 21 maggio 1892 a Milano) e Pirandello (prima del 29 settembre 1922 al Teatro Argentina di Roma) – destinati a tutt’altra fruizione scenica o letteraria – e li smembra, li denatura, li asciuga, li assottiglia coerentemente con il suo percorso artistico e con i principi drammaturgici da lui seguiti e, verrebbe da dire, istituiti nelle esperienze di questi ultimi trent’anni.

Quegli stessi testi, però, poi li strappa, ne disperde i brandelli al vento e si affretta a rimetterli insieme. Salta dal foglio al palco (e viceversa) scambiando ambiti semantici e sessi interpretativi, mixando effetti e suoni, spostando l’asse drammatico dal verismo all’astrattismo, attraversando l’attore marionetta, l’attore feticcio, l’attore giullare, l’attore macchina, l’attore cadavere e l’attore fantasma.

Un simbolismo astratto – ancora una volta da teatro di marionette, principio vitale di entrambe le impostazioni drammatiche – permea lo spazio scenico rigidamente suddiviso in porzioni regolari, come un grande cimitero monumentale che presenta prima le lapidi della vita e poi i sarcofagi accoglienti della morte. Ma di che morte si tratti, questo non è dato saperlo. Ci si ragiona ancora. Morte reale o immaginaria? Forse morte civile, umana, etica? Grazie al gioco (to play?) scenico che spalanca mondi inaspettati o preannunciati di sipario in sipario, Latini ci conduce nelle stanze dell’anima umana, vittima o carnefice importa veramente poco perché il ragionamento è comune e il ruolo interscambiabile.

A noi gli interrogativi: quale spazio racchiude il mondo dei vivi e quale quello dei morti? Quale quello della finzione e quello della realtà? E sempre noi, in platea, a quale apparteniamo? Latini, attraverso regia e drammaturgia, lancia domande, propone ipotesi, compie il miracolo del teatro: mettere in crisi lo spettatore. Crisi passeggera, si intende, purtroppo, perché nonostante la potenza di questo lavoro, il mondo là fuori riesce ormai ad annichilire ogni interrogativo. A qualcuno in platea, forse, resta più a lungo un barlume di dubbio, tanto da trattenersi un po’ di più sull’uscio del cimitero, come fa il filosofo. Un tempo di cui non sappiamo la durata, ma che c’è, esiste nel presente. In fondo, quindi, come scriveva Berlinguer, fare il filosofo magari giova poco “e conviene meglio darsi all’ippica. Eppure, certe cose le possono sapere soltanto i filosofi.”. Quindi conviene insistere, nell’arte come nella vita.

Non rassicurazioni, non facile intellegibilità, ma interrogativi che colpiscono sulla faccia come l’acqua con cui “giocano” (to play!) l’uomo grasso e il filosofo, appunto, e che separa il proscenio dal fondo del palco e attraversa, da quinta a quinta, la vastità dell’espressione, cioè della vita. Ma è un’acqua, quella dell’Acheronte o del Mediterraneo, che accoglie anche nella morte.

La cura della manipolazione linguistica e testuale non permette soltanto di accomunare due drammaturgie, per certi versi distanti eppure complementari, ma addirittura di sovrapporle in una sorta di gioco visivo, di lanterna magica che stupisce attraverso le abilità circensi e alchemiche degli interpreti stessi, pupazzi, marionette, fantasmi, apparizioni di storie e vite (o morti). Una risata (quella della moglie che è poi la stessa di Nedda) forse ci seppellirà tutti.

Nel frattempo, però, ammiriamo le capacità istrioniche di Elena Bucci, Ilaria Drago, Savino Paparella e Marcello Sambati che, insieme a Roberto Latini, mettono in azione una parola scritta con tanta vita da farci sentire parte di essa. E dimostrano, senza divismi, che l’operato di molti, in scena, può trasformarsi nell’operato di uno. Molte facce della sola umanità, molti talenti di una sola arte. Complici, in questo incantesimo scenico, le elaborazioni sonore – riduttivo definirle musiche di scena laddove il suono si fa esso stesso drammaturgia, anima e non accompagnamento dell’azione – di Gianluca Misiti e le ambigue luci di Max Mugnai che aiutano a parcellizzare lo spazio pirandelliano della penombra e nel contempo sintetizzano in un filo sottile di piccole lampadine il verismo di piazza di un operismo rumoroso e, spesso, troppo sottovalutato.

Inutile aggiungere che la produzione La Fabbrica dell’Attore – Compagnia Lombardi Tiezzi è già una garanzia. Il consiglio, allora, è di non perdere l’occasione di assistere a questo incantesimo.

Teatro Vascello

Dal 29 settembre all’8 ottobre

dal martedì al venerdì h 21 – sabato h 19 – domenica h 17

PAGLIACCI ALL’USCITA

da Leoncavallo e Pirandello

di e con Roberto Latini

e con Elena Bucci, Ilaria Drago, Savino Paparella, Marcello Sambati

musiche e suono Gianluca Misiti

luci e direzione tecnica Max Mugnai

regia Roberto Latini

produzione La Fabbrica dell’Attore – Compagnia Lombardi Tiezzi

con il sostegno del Centro di Residenza della Toscana (Fondazione Armunia Castiglioncello – CapoTrave/Kilowatt Sansepolcro)

Durata: 70’ guarda il video di presentazione https://youtu.be/rhsQkjIOYC4

www.teatrovascello.it

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