di Emiliano Metalli
Sarà in scena al Teatro Argentina fino al 4 gennaio 2026 lo spettacolo Sabato, domenica e lunedì di Eduardo De Filippo con la regia di Luca De Fusco.
Eduardo a Natale è un classico italiano, perché offre quella dimensione tradizionale che rassicura, che può anche non impegnare troppo l’intelletto, con la certezza, però, di assistere nello stesso tempo all’opera di un drammaturgo-filosofo dalle radici profonde e sapienti. Insomma, fa sempre colpo (e un discreto piacere) dire di averlo visto.

Eduardo sapeva creare, come pochi, copioni dalla molteplice lettura, facili e popolari all’apparenza, essi nascondevano – e seguitano a nascondere – le sottili trasformazioni sociali del Novecento. Un sistema drammaturgo sviluppato in anni di esperienza e analisi attenta della realtà che gli ha permesso di impiegare la parola come mezzo di rivelazione. Salvo poi trasformare quella parola in una azione scenica parcellizzata, minimizzata, controparte silente che crea un corto circuito fra dire e fare, lasciando il pubblico coinvolto da un gioco di specchi, rassicurante ma persino psicanalitico. Non affronta i temi tragici, ma infonde il dramma nella quotidianità e lo rende credibile, lo alleggerisce, lo integra nei casi della vita che possono capitare a tutti e così facendo lo metabolizza, senza smentirlo. Trovando il bene persino negli atti più terribili e ricucendo quasi sempre una unità. Non a caso quest’opera appartiene alla raccolta Cantata dei giorni dispari, dedicata a quelle commedie che affrontavano i problemi legati alla realtà sociale italiana così com’era sopravvissuta dopo le distruzioni materiali e morali apportate dalla guerra.

I rapporti familiari sono, di solito, il suo ambito preferito, analizzato in tutta la complessità di strutture molto più ampie di quelle attuali: la famiglia di Eduardo, infatti, non è certo quella essenziale cui siamo abituati oggi. Anche in Sabato, domenica e lunedì essa è il centro di tutta la vicenda, dal suo nucleo procreativo e amoroso, fino ai satelliti più distanti eppure necessari. L’integrazione della realtà passa infatti anche dalle figure più marginali che riescono a entrare nella storia per creare una parentesi comica, riflessiva ma sempre sinceramente autentica.
E forse per questo il pubblico seguita a osservare con trasporto il suo teatro. È un luogo in cui ritrovare le emozioni dell’infanzia e sentirsi, ancora una volta, immersi nelle piccole e grandi beghe di quel sistema sociale, affascinante e vincolante al tempo stesso.
Di fronte a un quadro simile, l’autore la fa inevitabilmente da padrone, vincendo quasi sempre a mani basse sia sulla regia sia sugli attori, vittime più o meno fortunate di una memoria storica cui non si può sfuggire. Credo che il solo Antonio Latella possa fregiarsi di aver operato registicamente su Eduardo, con notevole acume, traslando il focus sulla regia e non sul testo: fu un pareggio, perché ancora con il teatro di Eduardo non si vince attraverso la regia, quanto piuttosto con l’interpretazione attoriale, come nel caso di Massimiliano Gallo, Vanessa Scalera e Anna Foglietta nelle ultime fortunate trasposizioni rai.

La regia di De Fusco preferisce seguire strade tradizionali. Non è un difetto, bensì un dato di fatto. Non incide, se non rarissimamente, su un allestimento sostanzialmente realistico, verosimile, ma eliminando alcune caratteristiche più apertamente comiche.
Anche se le scene di Marta Crisolini Malatesta (che firma anche i bei costumi) a prima vista lasciavano sperare in una concezione più astratta, qui e lì suggerita, ma mai intrapresa con decisione. L’uso delle finestre come luoghi di apparizione e non di semplice accesso in scena ne sono un esempio. La loro disposizione a mo’ di diaframma, sopra un favoloso cielo a trompe-l’œil, dove ognuna di esse simmetricamente disposta si chiude e si apre in base all’umore e alle intenzioni del personaggio contrasta con alcune scelte troppo statiche che creano un tableau prevedibile per le scene madri dei due protagonisti. Belle, ma davvero troppo prevedibili.
Anche il gioco delle luci – temporale compreso – che propone Gigi Saccomandi farebbe sperare in una discesa quasi pinteriana che non ha seguito.
Veniamo al cast.
Anita Bartolucci è una zia Memé diretta, asciutta e poco incline al dialetto, e in più magnificamente tratteggiata nella complessità di un carattere indipendente, lo stesso si dica dell’Antonio Piscopo di Francesco Biscione che, pur se in maniera molto rumorosa e poco ironica, sa comunque dipingere il personaggio con le sfumature della tenerezza senile senza risultare macchiettistico.
Paolo Serra è un’equilibratissimo ragionier Ianniello che fa sorridere e commuovere al tempo stesso con un’attitudine da “spalla” elegante e disinvolta cui ben s’accoppia la moglie interpretata con altrettanta eleganza e contegno da Maria Cristina Gionta.
Ben assortito il gruppo dei figli: Pasquale Aprile, fascinoso da solo, ma ancora di più in coppia con Alessandra Pacifico Griffini; Mersila Sokoli, un po’ stucchevole nella scena con il padre, ma capricciosa al punto giusto con l’innamorato Federico (Alessandro Balletta); Gianluca Merolli che fa di Rocco una figura più ruvida all’inizio, per poi intenerirsi man mano verso il finale sia nei confronti del nonno che del padre. È lui, infatti, la chiave di volta del continuum affaristico familiare, quello che propone una svolta – difficile da accettare perché tanto più necessaria – nella gestione del negozio di famiglia, facendo così il paio con quanto già realizzato dal padre anni prima. Un nodo nel nodo, come i molti altri presenti nel testo, che assurge a centralità perché coinvolge da vicino il protagonista – Peppino Priore alias Claudio Di Palma – già vittima di altri dubbi e interrogativi, in preda a una sorta di crisi di mezza età.
È sui due protagonisti che si concentra maggiormente l’attenzione, poiché sono loro la cartina tornasole di ogni situazione. Loro e le loro reazioni, più o meno percettibili, agli altri personaggi che entrano ed escono dalla cucina – regno di Rosa Priore – e dal salotto.

Teresa Saponangelo propone una Rosa dinamica e a tratti nervosa, spigolosa, sempre sulle spine, sostenuta da una figura agile e da un timbro vocale chiaro, giovanile. Una Rosa meno madre e più donna, funzionale alla regia che velocizza persino le scene più intime, riducendo i silenzi e arrivando alla risoluzione senza troppe attese. La sua Rosa non manca di nulla, anche se forse sembra preferire intensità e accoramento e sacrificare quanto di sottilmente ironico possa offrire la sua parte, dipingendone così un personaggio non a tutto tondo.
Lo stesso capita a Claudio Di Palma che di Peppino Priore dà una lettura equilibrata e corretta, ma priva all’apparenza di quella sospensione della parola necessaria a far comprendere all’esterno i difficili e contorti ragionamenti di una mente in difficoltà. Una mente che combatte con le emozioni e i sentimenti perché non riesce a comprenderli e riportarli all’armonia se non grazie a un intervento esterno.
Colpisce, in questo senso, lo scambio finale fra i due: dopo le rispettive rivelazioni del loro amore, in cui entrambi sono eccellenti nel bilanciare trasporto e realismo, il tono muta, ma loro tirano avanti con un andamento che non si adatta a questo mutamento. Si parla di maccheroni per ritornare al “non detto” quando ormai il codice è scoperto. Eppure questo passaggio fondamentale non si percepisce. Ecco, forse solo questo è l’elemento carente di un allestimento che punta alla tradizione, da cui però sembra voler eliminare certi moduli comunicativi considerati desueti.

E in linea con questa scelta, infatti, che depotenzia il lato comico-macchiettistico del testo si nota la scelta di limitare gli interventi dei personaggi più influenzati da questo aspetto: Paolo Cresta, Raffaeleesuberante pulcinella; Rossella De Martino fuori dai cliché della cameriera Virginia; Renato De Simone, Attilio figlio-vittima della zia Memé, sciocco ma, come tutti gli sciocchi, assolutamente consapevole della realtà; Antonio Elia, dottor Cefercola; e Domenico Moccia, Michele, fratello della cameriera Virginia, forse la figura più “estremamente” grottesca, qui decisamente attenuata.
Nonostante tutto, però, il successo di Eduardo è sempre assicurato e perderlo sarebbe un gran peccato!
Teatro Argentina
Sabato, domenica e lunedì
25 novembre 2025 – 4 gennaio 2026
commedia in tre atti di Eduardo De Filippo
regia Luca De Fusco
con Teresa Saponangelo, Claudio Di Palma
e con Pasquale Aprile, Alessandro Balletta, Anita Bartolucci, Francesco Biscione, Paolo Cresta, Rossella De Martino, Renato De Simone, Antonio Elia, Maria Cristina Gionta, Gianluca Merolli, Domenico Moccia, Alessandra Pacifico Griffini, Paolo Serra, Mersila Sokoli
scene e costumi Marta Crisolini Malatesta
luci Gigi Saccomandi
aiuto regia Lucia Rocco
foto di Tommaso Le Pera
prodotto da Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Bolzano, Teatro Biondo di Palermo, LAC Lugano Arte e Cultura
